Silent Stream of Godless Elegy – Návaz

I cecoslovacchi Silent Stream of Godless Elegy sono in giro fra una cosa e l’altra dal 1996, nel più completo degli anonimati hanno realizzato quattro full-lenght prima di arrivare a […]

I cecoslovacchi Silent Stream of Godless Elegy sono in giro fra una cosa e l’altra dal 1996, nel più completo degli anonimati hanno realizzato quattro full-lenght prima di arrivare a gestire “l’occasione che conta”. Potete quindi immaginare lo stupore dal vederli spuntare sotto Season of Mist. Penso di conoscere almeno di nome moltissimi gruppi, il fatto di essermi completamente perso il loro per ben quattro album mi fa un pochino rodere e sorridere. Come avrete ormai capito arrivo alla loro quinta fatica discografica (intitolata Návaz) senza avere la minima conoscenza di quello che è avvenuto prima, a volte è pure un bene, nessuna preconcetto, zero aspettative, ottimo così.

L’impatto con Návaz devo dire che è stato un po freddino, i primi ascolti sono trascorsi così, alcune parti mi colpivano mentre altre si facevano dimenticare con troppa facilità. Per fortuna un poco di perseveranza ha aiutato e pianino pianino sono riuscito ad entrare in sintonia con il loro mondo. Avere ascolti al di fuori dell’orbita metal è qui fondamentale, ad esempio se si ascolta abitualmente folk/ethereal o simili il disco saprà darvi degli inaspettati buoni motivi. A tal proposito il primo forte paragone balzatomi in testa è stato proprio quello con gli ungheresi The Moon And The Nightspirit, i Silent Stream of Godless Elegy riprendono pari pari il loro folk zigano aggiungendo però massicce dosi metalliche. Alla fine trovare un’inquadratura precisa per la loro musica non è affatto cosa facile, senza dubbio questo è un grosso pregio per la numerosa formazione cecoslovacca (otto elementi). Una doppia voce maschile/femminile (ma scordatevi di trovare le solite ed abusate linee vocali da ambo le parti) espleta il proprio compito attraverso l’uso della lingua madre, tale scelta trova solitamente il mio consenso e anche in questo caso -devo ammettere- il risultato arriva a destinazione. La voce femminile rappresenta l’attaccamento “fatato” e danzante alle proprie radici, quella maschile invece tende a spezzare il climax regale e leggiadro instaurato sullo sfondo. La coppia di chitarre risulta importante ai fini di ogni canzone, mentre l’altro ruolo da protagonista è giocato da violino e violoncello, sempre presenti e trascinatori assoluti del trionfo folkloristico impacchettato per l’occasione.

L’iniziale Mokoš è anche la canzone che vi consiglio di ascoltare per fare la loro conoscenza, praticamente perfetta nella sua grazia incantatrice, sia nella prestazione vocale che nel crescendo elettrico (e che finale!). Ma ci sono tante altre belle canzoni su questo disco, e per farvi capire meglio l’andazzo potrei estrarre dal cilindro il nome dei russi Arkona, una canzone in particolare avvicina le due formazioni e non a caso si intitola Slava, l’inno “alle origini” capace di entrare subito in testa. I Silent Stream of Godless Elegy sono però in generale meno epici, molto meno violenti, diciamo pure più “naturali” e diversamente ammaliatori. Un altro bell’esempio del loro multiforme songwriting è racchiuso in canzoni come Zlatohlav e Skryj Hlavu Do Dlaní, dopo l’opener sono certamente quelle in grado di dare quel qualcosa di più. Ma come già detto ogni segreto vi verrà svelato per tempo, pezzo dopo pezzo, e anche quelli apparentemente “meno piacenti” alla fine riusciranno a fiorire come un campo primaverile.

L’uscita è anche una dichiarazione “muta” di diversificazione rispetto ai soliti standard folk metal, solo per questo i Silent Stream of Godless Elegy meritano la loro occasione (ah, non fatevi ingannare da etichette come doom metal o simili, non basta un violino per essere i My Dying Bride o delle chitarre tranquille con doppia voce per essere inquadrati come band gothic metal).

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