Sigh – In Somniphobia

I signori dell’avanguardia, i folli e mai domi giapponesi Sigh, quante diamine ne hanno combinate sin dai lontani tempi della Cacophonous Records. Sempre bello trovarli in carreggiata a discapito delle […]

I signori dell’avanguardia, i folli e mai domi giapponesi Sigh, quante diamine ne hanno combinate sin dai lontani tempi della Cacophonous Records. Sempre bello trovarli in carreggiata a discapito delle difficoltà, con l’immutata voglia di fare musica priva di barriere, evadendo dai soliti (e banali) criteri di giudizio/paragone.

Purgatorium apre la “gran cerimonia” con le sue melodie ariose, presentando una voce estrema grattata che darà al tutto una forma di forte ruvidità. Ottimo modo per presentare un lavoro ambizioso (come da tempo siamo ormai abituati con loro), l’ennesima conferma di una creatività straordinaria applicata su teorie volutamente metalliche. Avantgarde, progressive metal, melodic black metal, melodie orientali, teatrali e chi più ne ha più ne metta. Troverete di tutto su In Somniphobia, una moltitudine di sfaccettature che non smetterà mai di stupire per un’ora intera.

Tastiere pazze ma concrete (se amate i Solefald da questo punto di vista troverete diverse similitudini), che quasi si trattengono per non sfociare su una follia ancor più marcata (l’album sarà meno “schizoide” di quanto si possa pensare). Così su The Transfiguration Fear nemmeno ci stupiamo di quel retrogusto western che arriva in maniera così spontanea e naturale. La title track potrebbe quasi sembrare un brano pescato dalle braccia di un King Diamond più misterioso e vario, grazie a cori sinistri e chitarre heavy (in questi casi mi viene in mente l’etichetta “horror metal“).
Sembra quasi una session improvvisata da ubriachi quella che possiamo sentire su L’excommunication A Minuit (con un ottimo sax a fare il secondo ingresso nell’economia del disco). Siamo a metà disco e già ne abbiamo sentite di belle, da ora in poi le canzoni cominceranno ad allungarsi, e in qualche modo a compiacersi in maggior misura (bisogna anche ammettere che le difficoltà cominciano proprio da qui, il disco comincia ad essere un poco pesante, soprattutto per i disattenti). Con Amnesia si materializzano fumosi pub e la classica band da pochi spiccioli a suonare in sottofondo, cameriere poco vestite e ingenti quantità di alcool in circolazione completano adeguatamente lo scenario (voce femminile e sax sono determinanti nel creare tale situazione). Far Beneath The In-Between propone melodie “da fachiro” e “circensi” sulla base di una lenta e deviata nenia. Amongst The Phantoms comincia invece rapida e trionfale, svaria su melodie “da tango” senza farci mai mancare un aspro e recitato scream, forte nel proseguire su tinte dal taglio epico. Fall To The Thrall aggredisce, quasi intristisce sulla scia di un malinconico refrain (e si riprende così il tema “easy” dei primi due brani in scaletta). Equale e i suoi otto minuti pongono la parola “fine” all’opera, il brano parte con atmosfere esotiche trasportandoti con tastiere sempre brillanti e un cantato d’impatto, che ben si sovrappone a se stesso in maniera assolutamente convincente.

Nonostante una prima parte certamente più accattivante (la seconda è “da ragionarci su” diciamo), nonostante il disco sia suonato perfettamente e prodotto altrettanto bene, non riesco con il voto ad andare oltre un comunque ottimo e positivo settanta. In Somniphobia rimane una tappa da effettuare per chi ha voglia di un “avventura musicale estremo-andante”, per chi insomma vuole ascoltare qualcosa senza avere l’urgenza di considerare piccoli punti di riferimento. Per chi vuole ascoltare semplicemente i Sigh.

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