Serenity – Codex Atlanticus

L’eleganza sovrapposta ad ulteriori dosaggi della medesima ha forgiato le preziose note di Codex Atlanticus. La nuova opera degli austriaci Serenity è da infilare di diritto nella categoria di dischi […]

L’eleganza sovrapposta ad ulteriori dosaggi della medesima ha forgiato le preziose note di Codex Atlanticus. La nuova opera degli austriaci Serenity è da infilare di diritto nella categoria di dischi “balordi”, ovvero in quella speciale spaccatura che divide -senza fare complimenti – o meglio “smista” l’eccessiva bontà a strani sensi di delusione che delusione effettiva poi non è. Ma una cosa è certa, Codex Atlanticus cresce, cresce così bene quanto quel sapore così distintivo scoperto tardivamente. Alcune canzoni come Follow Me, Sprouts of Terror e Spirit in the Flesh svolgono al meglio il loro lavoro immediato, le restanti invece necessitano solo della giusta attenzione fino all’agognato momento della “rivelazione”. Se uniamo questa mistura di sensazioni possiamo quantomeno comprendere un certo spiazzamento iniziale, il che fa strano se si paragona l’album con il precedente e più “ingombrante” War of Ages (l’unica sicurezza che posso darvi da parte mia è che rimane come valore ben sopra a Codex Atlanticus, diciamo che lascia alla fine un segno più marcato ed imponente). E’ come se a questo turno i Serenity avessero scelto calma e “poco frastuono” a favore di un gusto raffinato, attento e ben ridefinito.

I Serenity riescono così a ritagliarsi il loro piccolo mondo, armati di pazienza, passetto dopo passetto. Certo quel “retrogusto” alla Kamelot forse non verrà –forse- mai completamente scacciato, ma c’è da dire che a sensazione comincia a farsi largo con veemenza una loro impronta specifica, solo in tal caso Codex Atlanticus arriva a rappresentare la loro stilettata meglio riuscita ed autoritaria in assoluto. A dar man forte al disco ci pensa anche il concept incentrato sulla figura di Leonardo da Vinci mentre a livello di line up vengono smaltite al meglio le importanti defezioni di Mario Hirzinger, Thomas Buchberger e Clementine Dulauney (al suo posto troveremo come special guest Amanda Somerville e alcune vigorose intrusioni da parte di Fabio D’Amore). Le luci dei riflettori sono quindi tutte a favore di Georg Neuhauser il quale non si lascia scappare l’occasione offrendo la sua migliore prestazione di sempre (arriverete a comprenderlo piano, in scia al crescendo generale), mostrando anche una leggiadria fuori dai canoni ordinari.

La tracklist punge subito con la perfezione corale di Follow Me, una canzone energica, capace d’insediarsi in testa con estrema semplicità. Con Sprouts of Terror (il chorus va alle “nominations” come migliore dell’insieme assieme a quello di Caught in a Myth) il disco tenta quasi ”l’inganno”, facendoci credere in possibili e durature “evoluzioni immediate”, congetture che lestamente decadranno nelle successive costruzioni. Iniquity parte epica ed orchestrale prima di tuffarsi su strofe ed evoluzioni dolciastre, tutto andrà comunque a sconfinare –e morire- sul magnetico refrain. Reason placa un poco gli animi (facendo il suo) mentre a My Final Chapter e The Perfect Woman spetterà il compito di alleggerire un poco la zavorra, ovvero “due modi diversi di incantare”, la prima più lineare e “mielosa”, la seconda mostrerà invece risvolti più interessanti e creativi (qualcosa che passa fra Queen e Savatage). Fate of Light torna a spingere anche se solo in parte(sempre importante il supporto orchestrale) e rappresenta alla fine un ottimo comprimario per i brani definibili “di spicco”. In chiusura troveremo ancora l’ottima e pungente Spirit in the Flesh (ottimamente gestita dal duo Neuhauser/D’amore) e la persuasione dipinta dal moto preciso di The Order.

Anche se non ci fa parlare in termini di capolavoro Codex Atlanticus rimane un ascolto sul quale riporre parecchia attenzione e “voglia”. Un passo importante per i Serenity, aldilà di ogni possibile preferenza a riguardo, tanto in ogni caso lo giriamo possiamo solo che ritenerci soddisfatti.

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