Selbst – Selbst

Non c’è miglior premio di quando un disco ti invoglia in continuazione al suo ascolto, di quando pensi di aver “tralasciato” qualcosa di importante durante il suo svolgimento e quindi […]

Non c’è miglior premio di quando un disco ti invoglia in continuazione al suo ascolto, di quando pensi di aver “tralasciato” qualcosa di importante durante il suo svolgimento e quindi torni indietro a cercarla. L’inafferrabile emozione di ascoltare black metal è soprattutto questo, e non smette mai di stupire, soprattutto quando a distanza di anni -e di orecchie ronzanti- ti ritrovi ancora lì a entusiasmarti per un qualcosa di apparentemente “piccolo-piccolo” come il debutto dei venezuelani Selbst.

Questo disco omonimo parla una lingua così efficace e lineare da lasciare ammutoliti, Selbst vede infatti mescolata al punto giusto una certa essenzialità con l’accenno del “non sapersi accontentare”, e non riesco davvero a spiegare con migliori o più adatte parole quello che mi sono trovato a percepire o vivere duranti i suoi incisivi tre quarti d’ora di gestazione.

La riuscita di un tragitto impostato sull’incedere contundente e un tipo di melodia mai scontata (tratti importanti e raggelanti e presenza di non pochi momenti pronti ad inchiodarti all’istante) e reattiva nello scavare i propri cunicoli. Sul tutto si adagia una voce roca, strozzata e brutale, in grado di formulare rabbia e sofferenza, forse a parole in controtendenza rispetto alla musica, ma dagli effetti interpretativi inaspettati ma soprattutto “elevatori” (a riguardo i riflettori vanno puntati sulla quarta Wandering Through Grief).

Selbst l’ho consumato, un po’ è stato lui “ha richiedere il suo tempo”, un po’ ho voluto vederci chiaro io. Ebbene, dopo tanti ascolti posso tranquillamente dire che questi sei brani rappresentano un’autentica leccornia, a maggior ragione se pensiamo a come è strutturato il black metal della band venezuelana. Oggigiorno è facile colpire con l’aggressione a tutto spiano, altro discorso quando tale componente è solo un 50% del tuo quadro, solo una via per arrivare ad immettere dell’altro. E sarà proprio “quest’altro” a imprimere il suo timbro nella memoria. Che sia la prima …of Solitary Ramblings (con quella sensazione di “a me gli occhi” subito lampante), gli echi della successiva Visions of Mankind Withering o la sofferta litania Instrument of My Own Destruction (la coda viene preparata a regola d’arte, sentire per credere) poco importa, l’importante è sapere che non ci sarà scampo o nessuna parvenza di debolezza sino alla conclusione con il nerissimo sfogo di Nefasto Calvario (qual piacevole tormento!).

La Sun & Moon Records si dimostra etichetta dal fiuto incredibile, con Selbst fa ritornare certi livelli che una decina d’anni fa (o poco più) venivano respirati con maggior frequenza; insomma, non bisogna per forza tornare indietro ai sacri capolavori per tornare realmente a godere.

About Duke "Selfish" Fog