Satyricon – Deep Calleth upon Deep

Il mio rapporto con la “seconda fase” dei Satyricon è stato a dir poco travagliato, una seconda fase che ormai ha preso una grossa e primaria fetta della discografia, e […]

Il mio rapporto con la “seconda fase” dei Satyricon è stato a dir poco travagliato, una seconda fase che ormai ha preso una grossa e primaria fetta della discografia, e che non può più essere “non considerata” a dovere come lato importante della loro essenza.

Molte cose si ritrattano nel corso degli anni e così ho fatto anche io nei confronti di lavori come Now, Diabolical e The Age of Nero (mentre l’inizio di questa seconda vita con Volcano resta ancora oggi il suo esatto apice, stranezze se si pensa allo scetticismo regnante all’epoca), dischi certamente non scintillanti o favolosi, ma se visti oggi tracce inconfutabili di una personalità viva che ha continuato a navigare sicura dentro uno strano grigiore. E quel grigio si era accentuato con il molto pericoloso disco omonimo datato 2013 (già trattato su questi lidi), un lavoro angusto e particolare che cercava a stento nuove strade offrendo spunti interessanti anche se troppo nascosti da un’aura di sufficienza pressante. E lì eravamo rimasti, con molti dubbi riguardo la direzione futura del famoso monicker (aspetto certamente positivo) e così, come spesso accade, gli anni passano e prontamente cancellano, e all’improvviso ecco recapitarti la nuova fatica dell’inossidabile suo Satyr/Frost, fatica accompagnata da una copertina che a primo impatto lasciava intendere un ritorno a radici veramente primordiali e forse-forse realmente interessanti se accompagnate dalla giusta ispirazione.

Ma è stato così? Si, se pensiamo alle strutture elementari presenti a tutto spiano su Deep Calleth upon Deep (nel frattempo i nostri hanno trovato rifugio presso la Napalm Records), strutture però mal amalgamate, sciatte, che lasciano spazio a spunti rilevanti solo in poche occasioni. Il disco sembra voler cancellare alla veloce gli intenti della precedente fatica per tornare nell’orticello coltivato nel periodo 2002/2008 con in aggiunta la voce “grezzume” ben calcata, peccato che il risultato (forse facilmente prevedibile se ci pensiamo bene) non riesca a reggere la causa portando ad un inevitabile, fastidioso ma sopratutto poco riuscito senso di “già visto e sentito”.

In altre parole i Satyricon affondano con il corpo dentro difficoltà di songwriting abbastanza evidenti, e non ci bastano le sole Midnight Serpent e Black Wings and Withering Gloom per riuscire ad emergere da un mare pitturato male (tentativo mal venuto di abbracciare con oscurità) e dai tratti imbarazzanti. Certo a volte lo fanno sbattere il piedino, lo procurano quel sorriso grazie a un dato riff, ma la cosa finisce lì, è debole, troppo debole e impossibile da ignorare. Regna l’apatia, anche di fronte alla “trovata” di inserire di punto in bianco un sax sulla canzone Dissonant, spunto che messo lì così in evidenza non trova veramente alcun significato, proprio perché non supportato a dovere nella rimanenza del disco.

Deep Calleth upon Deep potrà soddisfare appieno solo chi ha veramente amato (e non “sopportato” o “imparato a conviverci”) in modo viscerale la seconda parte della loro carriera. Chi in qualche modo ha criteri “sballati” o semplicemente diversi rispetto alle solite scale di gradimento che ci vedono lacrimanti di fronte ai vecchi classici. Anche se nel tempo ho voluto (e sono riuscito) capirli, al momento non riesco a fare lo stesso, a buttare giù un boccone arido di questo tipo. Ma poi penso alla già menzionata Black Wings and Withering Gloom e un pochino ci finisco a maledirli e sospirare, perché quando vogliono qualcosa di elevato lo riescono a buttare ancora fuori.

Non mi va di elencare la rimanenza, meglio farne un unico pacchetto (peccato solo per la title track che qualcosa sul fondo lascia) scarsamente emozionante che fatico a difendere. C’è tanto mestiere su Deep Calleth upon Deep e quel sapore che non si lava via di: “averlo fatto solo perché si deve”.

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