Sarke – Bogefod

Dai Sarke un disco riflessivo, sempre a loro modo ma con un tocco ragionato quantomeno evidente, senza’altro richiesto dal concept scelto per l’occasione (una storia tratta dalla saga Eyrbygggja, scritta […]

Dai Sarke un disco riflessivo, sempre a loro modo ma con un tocco ragionato quantomeno evidente, senza’altro richiesto dal concept scelto per l’occasione (una storia tratta dalla saga Eyrbygggja, scritta da Torolv Bogefod). Tematiche lugubri che si riflettono ottimamente nel songwriting del quarto album del monicker Sarke, Bogefod sarà difatti più dei suoi predecessori un lavoro “da dover aspettare” risorgere, perché ad un primo ascolto potrà sembrarvi davvero troppo semplice e facile da non considerare per il futuro. Invece la pazienza come in tanti altri casi finisce a ripagare dando un colore inaspettatamente “adulto” al tutto, tanto da doverlo considerare alla fine come il loro disco “maturo” per eccellenza. Ovviamente ciò non vuol dire obbligatoriamente “migliore”, ma bisogna ammettere che i loro dischi sono infine valutabili allo stesso livello (non so davvero cosa potrebbe determinare una evidente superiorità), tanto che potrà capitare spesso di preferire uno a dispetto di un altro salvo rivedere la questione solo pochi giorni o mesi dopo. Proprio per questo motivo –per quanto mi riguarda- stabilirei un voto medio eguale per tutte le loro release compresa questa (le classifiche fatevele voi insomma), il sound Sarke in fondo è nato già bello che pronto, creato da personaggi ben noti e consci del percorso che li attendeva (che evidentemente è andato meglio del previsto se dopo anni e diversi full-lenght siamo ancora qui a parlare di loro).

Mezzi tempo debitori ai Celtic Frost si sprecano mentre spargono la loro muffa inaspettatamente consolatoria. Trentacinque minuti che puntano l’indice pieno sull’atmosfera, sul “ritorno” e sull’insistenza. Verremo in qualche modo stregati da brani interpretati col giusto piglio dal solito Nocturno Culto (roco e sprezzante), dannatamente in sintonia col fare “claudicante” (oserei dire soporifero ma in senso positivo) dell’opera. Non potremo di certo conferire loro una laurea in personalità, però la ricerca continua del feeling è certamente da apprezzare, roba che ti fa scordare in parte quelle influenze primordiali-essenziali.

Bogefod parte in sicurezza con Taken, brano classico, perforante il giusto e dall’ottimo rinculo sonoro, perfetto apripista della “easy” Blood of Men, ovvero quando il brano “scolastico” di turno è capace di finire fra le prime posizioni del proprio disco senza apparenti difficoltà. Con Barrow of Torolv inizia la parte più introspettiva di Bogefod, i Sarke “accendono” prima le chitarre acustiche, poi ci plasmano sopra un riffing bello freddo e strofe lente e sentite, pura gioia per le mie tormentate orecchie. Alternation trasporta e “scarabocchia” inquieta, The Wicked’s Transient Sleep inchioda nuovamente ma si apre grazie ad un refrain dal piglio melodico, poi troveremo la sorpresa di Dawning, e la bella voce di Beate Amundsen che va a creare uno scenario diverso e dalle sensazioni a dir poco eteree. Ma non dimenticheremo la quiete ritmica di Burn, la sinistra e “doom” Evil Heir (dalla pregevole prestazione vocale) e il degno finale con Sunken.

Date per una volta tempo ai Sarke e vedrete che potrete rivedere quel giudizio lanciato magari troppo frettolosamente (oh, poi non è detto e nulla cambierà), Bogefod è un disco che alla fine mi sento di promuovere, e tenete conto che il mio impatto non era stato dei più felici. Pura essenzialità al potere.

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