Sargoth – Lay Eden In Ashes

Andiamo a togliere un po di ragnatele a questo lavoro uscito nel lontano 1998 e purtroppo (ahimè) troppo presto dimenticato (anche grazie alla visione del pensiero “sono copia della copia […]

Andiamo a togliere un po di ragnatele a questo lavoro uscito nel lontano 1998 e purtroppo (ahimè) troppo presto dimenticato (anche grazie alla visione del pensiero “sono copia della copia e quindi li snobbo” che dominava già ai tempi). Opera di rispolvero bella e buona quindi -di un disco non certo “epocale”- ma un qualcosa che certi “seguaci” gradiranno silenziosamente, sopratutto quelli che si sono persi certe uscite dell’epoca poco reclamizzate.

 
Lay Eden In Ashes rimane ad oggi l’unico vagito di questa band, e arriva dopo un demo rilasciato 3 anni prima, in più troviamo anche il tocco di Christian Rehn alle chitarre conosciuto per i quei due fantastici dischi a nome Abyssos (e successivamente per gli Angtoria).
Dopo l’intro dal titolo non certo originale di Inferno veniamo catapultati nel disco alla grande con Crowned With Victory (..as the veil of darkness replaces light…) dove l’eco di primi Marduk/Dark Funeral si fonde con l’arte dei “mastri” Dissection, le chitarre ci sparano in faccia nient’altro che ottimi riffs Svedesi supportati dall’ottimo drumming che si alterna fra tempi veloci e classica doppia cassa, davvero ottimo biglietto da visita non c’è che dire. Certo, zero originalità, ma lavoro svolto e portato a termine più che egregiamente. Il disco scorre veloce nella sua abbondante mezz’ora di durata e tutti i brani tranne uno si attestano sui 5 minuti di svolgimento, ai Sargoth non ne servono ulteriori per farsi capire/comprendere meglio.
Dopo un inizio soffuso Wrath of The Undead ci propina ancora buone melodie abbinati a vocalizzi ruvido/mistici d’estrazione Black Metal ma sporcate di quel “non so che di death” in grado di arrapare; davvero ottimo il riff portante di questo secondo brano. Quando inizia Evil Dawn non si può che pensare a quel disco recante il nome di The Secrets Of the Black Arts, e bisogna proprio dirlo, quando rallentano i Sargoth sanno realmente incantare senza poi concedere nulla (ovviamente) nei momenti più “fast”. I più attenti verseranno una lacrima in onore di Jon Nödtveidt verso metà pezzo, nel finale spunta pure un leggiadro tocco tastieroso in grado di alimentare ulteriormente il grado nostalgico.
La più breve canzone del disco è Path of Sin (con quel “reveals more beauty that eyes can see” applicabile in questo caso al senso dell’udito), i nomi di riferimento restano gli stessi ma qui mi tocca aggiungere i “gods” Dawn, band che ha saputo insegnare molto rispetto a quanto miseramente raccolto, in breve ci troviamo di fronte a tre minuti “molto intensi” e penetranti. Viene utilizzato l’idioma madre per Mot Ovigd Jord Skolen de Vandra,  andamento accelerato e di completo impatto, qui la voce di Fredrick Sundin si esprime nella migliore interpretazione del disco intero, indovinato il crescendo conclusivo.
Si registra l’assoluta malignità durante l’intro di Without Devotion of God, l’invito è quello di allontanarsi dalla chiesa più vicina -fisicamente e non- pura/semplice intensità riversata in musica, toccasana per l’odio. Ultima song del full è la title track (si sparge cenere ai quattro venti grazie ad un riffing dai tratti spiccatamente melodici ma che non si tira mai indietro quando c’è da offendere), anticipata da un breve prologo narrato munito di  lontani rintocchi di campane, per un attimo i Sargoth ci fanno dimenticare il costante martellamento sonoro avuto sino a questo momento (prologo di quello che vivremo da li a poco quando tutto sarà terminato).

 
Quindi, se le vostre orecchie vanno in estasi ogni qual volta sentono materiale Svedese questo disco sarà una vostra necessità, un lavoro -purtroppo- dimenticato troppo facilmente. Cercatelo anche se non sarà affatto facile reperirlo e gioitene nella maniera a voi più consona. Assenze d’anima per cuori nostalgici.

About Duke "Selfish" Fog