Saille – Ritu

La prima cosa che ho pensato guardando l’artwork di Ritu è stata: “cribbio, questi ragazzi sanno come azzeccarci con le copertine“. Non si potrà di certo dire che il lato […]

La prima cosa che ho pensato guardando l’artwork di Ritu è stata: “cribbio, questi ragazzi sanno come azzeccarci con le copertine“. Non si potrà di certo dire che il lato estetico sia per loro poco importante, sanno quanto conta oggi, e sanno che in molti casi è quell’appoggio ideale per farsi conoscere. La formazione belga conferma tutti i buoni propositi fatti sentire su Irreversible Decay mantenendo grossomodo la medesima linea guida, dico grossomodo perché ho sentito Ritu più feroce e pensato, rivolto maggiormente “al sodo” rispetto al fortunato debutto. Certamente è più violento, ma lo spazio alle tastiere non viene tolto (rimangono un punto fermo dell’ossatura sonora), tanto che si può parlare ancora una volta d’autentico symphonic black metal senza bisogno di tanti fronzoli. L’atmosfera è quella giusta e i nostri sembrano acquisire confidenza con la materia canzone dopo canzone, hanno in primis capito che per suonare questo genere non bisogna per forza lanciarsi su strutture complicate o eccessivamente melodiche e che l’impatto può rimanere saldamente al comando senza fare uso di pericolosi o eccessivi “modus operandi”.

Ritu in parole povere è un “raccolto sicuro”, pensa al suo e lo fa più che bene, è un lavoro che oltre a considerare lascia speranza per il futuro. E’ la costanza che paga, e i Saille sembrano averlo capito a fondo.

Blod Libel apre con il suo ruggito, ed un potente mix fra Emperor e Dimmu Borgir è pronto a venirci incontro, alimentato da una produzione ficcante e pomposa, furia che non bada a nessuna forma ed è buono così. Le asce pungono in modo irrefrenabile, Subcutaneous Terror “macella sinfonicamente” senza alcuna tregua, e capiamo di trovarci di fronte ad un disco per niente scontato quando ci scontriamo con  la tenebrosa Fhtagn, un “semplice” cerimoniale in onore di Cthulhu capace di sfoggiare la sua bella figura. La mia preferita è però Upon the Idol of Crona, magnifica rappresentazione delle armi in dote al monicker Saille, co-tanto di completa perdizione durante la sua coda (vertice assoluto dell’intera opera). Sati tira fuori lacrime gothic/doom d’atmosfera prima di cingere gelidamente il tutto con le ormai solite pungenti chitarre, Haunter of the Dark è semplicemente un altro “momento caldo” sul quale puntare al momento di tirare le somme. Poi se vi venisse da pensare a Ritu come al classico disco che arriva a stento alla fine ci penserà Runaljod (e Ritual Descent, omaggio non troppo velato a Shagrath e company) a farvi cambiare idea e linea di pensiero, lieve cambio di registro, tematiche nordiche e climax epico come guarnizione, le chitarre a tratti sono realmente “enormi” su questo piccolo must.

Un piccolo ed impercettibile -se vogliamo- passo avanti dunque, seppur minuscolo e visibile unicamente al microscopio, Ritu rimane in ogni caso un bel disco e un degno proseguire. Il momento d’innalzare l’atmosfera è giunto, assai consigliato ritornarci sopra.

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