Rukkanor – Deccarah

Anno 2012, tempo di nuove vestigia per i Rukkanor e il loro giro d’esplorazione sensoriale. Si possono dire tante cose su Deccarah ma non che sia un lavoro banale, campato […]

Anno 2012, tempo di nuove vestigia per i Rukkanor e il loro giro d’esplorazione sensoriale. Si possono dire tante cose su Deccarah ma non che sia un lavoro banale, campato per aria o addirittura mal strutturato. Il progetto riesce difatti a miscelare componenti abbastanza distanti fra loro come il martial/industrial, l’elettronica, la world music e una fluttuante ritualità riflessiva. Il sound per mio gusto è forse troppo sintetico, “poco caldo”, ma è giusto un mio appunto personale che in altre “vesti” può benissimo non essere ravvisato.
A stupire è la fluidità con la quale si passa -anche all’interno del singolo brano- da momenti epico/marziali a calchi orchestrali/orientali/neoclassici. Deccarah sarà tutto così, un tortuoso cammino immerso fra deserti, monti e fuochi, misticismo puro (alcuni flash  vi ricorderanno i Dead Can Dance più orientaleggianti o gli Arcana più epici e corali) accavallato a rigide partiture illusorie.

Ci vuole esperienza in ambo i lati (creatore, fruitore), ci vuole molta voglia di fare alla radice per dare alla luce un lavoro del genere. Penso che un disco così possa ambire ad un pubblico se non vasto quantomeno vario, musica capace di distendersi come un’ombra consigliera, a macchia d’olio -imprevedibilmente- su sabbia e ruderi, per colpire qui e là, e senza apparente criterio anche il più “sprovveduto” o distratto dei viandanti. Se c’è qualcuno a cui piace lasciarsi coinvolgere, intrigare o stupire restando fermo su ciò che più piace è il momento che venga fuori, la somministrazione di Deccarah sarà per lui una cura, un vento caldo e saldo, in modo suo “amichevole” e confortevole.

Intraprendere il percorso indicato da Deccarah equivale al gettarsi all’avventura. E’ come tuffarsi su qualche film ricco d’immagini mozzafiato con adeguata colonna sonora annessa, l’unione dei due fattori pronto a stabilire forza completa e trainante (visiva ed acustica, li definisco non a caso “dischi da viaggio”, l’ideale per osservare ciò che ci circonda).

Si parte da Before The Dawn e si arriva a A New Dawn, in mezzo ci facciamo stare il giorno se volete (le varie traccie si danno il cambio speditamente), oppure la reiterata dilatazione degli “infiniti” minuti che precedono il “miracolo” della nuova alba. Soffuse eteree tastiere guidano ogni pezzo con giudizio, lasciando spazio a percussioni o al lirismo gregoriano che potrà ricordarvi a sprazzi gli Era.
La title track trionfa epica e marziale, Warrior Of God usa dispositivi etnici, i Rukkanor non sbagliano un solo passaggio ma il meglio lo danno (per quanto mi riguarda) nel quartetto formato da In War We Trust (catalizzante), Song Of The Damned (serpeggiante ritualismo), Vir Triumphalis (la parola “epico” potrebbe non bastare) e Crusader (fra Dead Can Dance e canto gregoriano).

I bagagli non servono, auguratevi “buon viaggio” e lasciatevi alla spalle i stupidi inutili fiumi di parole di ogni giorno.

About Duke "Selfish" Fog