Rome – The Hyperion Machine

Ormai è impossibile cominciare a scrivere qualcosa sui Rome senza menzionare quella straordinaria discografia messa alle spalle, una discografia via via sempre più ingombrante e difficile da “classificare” col passare […]

Ormai è impossibile cominciare a scrivere qualcosa sui Rome senza menzionare quella straordinaria discografia messa alle spalle, una discografia via via sempre più ingombrante e difficile da “classificare” col passare degli anni (a certi livelli anche il cuore ha le sue difficoltà). Non fa così eccezione The Hyperion Machine, un lavoro che ad essere precisi ci ha messo un pochino più del dovuto nel fare dovuta breccia e che rimane come dire “nei bassifondi” delle mie preferenze Rome, da questo punto di vista secondo solo al già trattato Hell Money (la vorrei da tutte le parti una qualità del genere sui dischi meno riusciti). Ma poco male, un minimo di insistenza conoscendo Jerome non rappresenta di certo un problema, e così dopo lo smarrimento iniziale eccomi qui ancora una volta a decantare le qualità di un musicista perfetto per l’esecuzione materiale/spirituale della propria arte.

The Hyperion Machine riporta nelle nostre case l’aspetto intimo e cantautorale ormai tipico e distintivo del progetto, lo fa con un manipolo di canzoni veramente “al top”, cose da non poter chiedere di meglio giunti a questo particolare punto di una carriera (e soprattutto dopo un qualcosa del calibro di A Passage To Rhodesia). La prima di queste è sicuramente Celine in Jerusalem e il suo giro “in scalata” impossibile da non amare -questo si- in maniera fulminea. Note toccanti, fortemente intense, ideali apripista di una Transference che ci riporta a lambire mentalmente alcuni punti di un possibile binomio costituito da Masse Mensch Material/ Die Æsthetik Der Herrschaftsfreiheit.

Il flusso prosegue con The Alabanda Breviary, ovvero quel classico pezzo sul quale Jerome sale in cattedra per far salire la temperatura della tensione. Con la seguente Stillwell rallentiamo i giri a favore di un altra grande metodologia Rome per la quale basterebbe citare una The Torture Detachment come lontano punto di riferimento. Con Cities Of Asylum ci viene sottolineato lo spirito dark e guizzante, sempre presente sotto la coltre folk del progetto mentre Skirmishes For Diotima ci deporrà quella “passione solitaria” ed intima subito immaginabile quando si pensa al monicker implicato (And pity moves in funny ways…
Let’s not try to be witty when the grave… Lies open before us always). Con i sei minuti di Adamas verremo deposti nei pressi delle sensazioni dei suoi primi lavori (fra il bellico e l’industriale senza però rinnegare lo spirito dell’attuale fatica) prima di ritornare al classico di una canzone come The Secret Germany (assieme a Celine in Jerusalem quella a rimanere subito scavata in testa).

La copertina ci sembra suggerire un dialogo a tu per tu con il fido Jerome, sarà proprio così che andrà a finire con questo The Hyperion Machine, come un “viaggio nudo e sincero” dentro lo spirito di uno dei migliori compositori degli ultimi tempi.

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