Rattenfänger – Epistolae Obscurorum Virorum

Nuovo progetto per Roman Saenko e cricca di provenienza Ucraina. Stiamo parlando della grande famiglia che racchiude al suo interno nomi come Drudkh, Blood Of Kingu, Astrofaes, Hate Forest e […]

Nuovo progetto per Roman Saenko e cricca di provenienza Ucraina. Stiamo parlando della grande famiglia che racchiude al suo interno nomi come Drudkh, Blood Of Kingu, Astrofaes, Hate Forest e Dark Ages. La particolerità di questi artisti è quella di riuscire a mantenere un determinato approccio aldilà del “cambio stile”, sarà forse la presenza dello stesso Roman con la sua voce a determinare questo fattore, ma infine saranno l’asfissia globale e l’incedere “poco umano” a rendere questa scena così particolare.

L’esordio marchiato Rattenfänger esplora lidi sacrali e mistici attraverso una sorta di lento testamento espresso in forme death metal. Tempi ben scanditi, corpi lasciati liberi a muoversi pericolosamente lungo tutta la durata dell’opera e una noia che potrebbe assalire i meno avvezzi ai simpatici “pensieri di morte” (l’uso del latino aiuta sicuramente a legare le intenzioni “antiche” del tutto).

Epistolae Obscurorum Virorum suona come se fossimo davanti ad una versione dei Celtic Frost rabbuiata, mefitica e lasciata per lungo tempo al buio (oppure come se gli Obituary avessero radici in Europa). La volta abbattuto il muro apatico dato da una produzione “ben poco viva” (ma esauriente per quanto concerne il feeling) entreremo in un mondo “maledetto”, composto da scenari aridi di sola devastazione (che dimostra di saper aspettare a lungo pur di vedere realizzati i propri progetti), dove lenti e lugubri riffs faranno da controparte ad una doppia cassa che “vorrebbe” di tanto in tanto accelerare le cose (per poi desistere volutamente lasciando l’atmosfera lì a marcire/poltrire).

Epistolae Obscurorum Virorum è per chi è legato ad un vecchio modo di vedere le cose, è un disco “mattone” che va preso attraverso un’unica e letale dose, la folgorazione dovrà essere immediata e senza riserve, o piace o non piace subito, vie di mezzo non riesco affatto ad intravederne. Non si può far altro che notare e ribadire la compattezza del tutto, nessun altro messaggio arriva a spiccare meglio, niente scade più di altro, è un po come scagliare una grossa pietra in faccia a qualcuno per poi vedersi “in replay” l’azione in slow motion. Se dovessi fare due nomi così a tempo perso,  due estratti da tirare in ballo per qualche compilation di turno questi sarebbero Victa Lacet Virtus e Deest Remedii Locus, Ubi, Quae Vitia Fuerunt, Mores Fiunt (con quel suo riffing heavy “catacombizzato” mirabilmente a dovere).

Ne potevamo fare a meno? sulla carta si, ma per pochi sarà anche un no bello grosso (ne godremo, eccome se ne godremo). Questo disco vi porta direttamente la morte impacchettata a casa (dai su, non toccatevi tanto prima o poi arriva), in cambio -stranamente- non vi chiede alcun impegno. Quando l’oscurità si rende fitta un disco come questo potrebbe senz’altro capitare a fagiolo.

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