Ragnarok – Psychopathology

Dopo quattro anni ritornano i norvegesi Ragnarok, il titolo della nuova opera è Psychopathology e ci propone le medesime coordinate del precedente e ben riuscito Malediction. Anche l’etichetta discografica rimane […]

Dopo quattro anni ritornano i norvegesi Ragnarok, il titolo della nuova opera è Psychopathology e ci propone le medesime coordinate del precedente e ben riuscito Malediction. Anche l’etichetta discografica rimane la stessa (Agonia Records) mentre a livello di line-up ci sono da registrare alcuni significativi cambiamenti. Lo storico leader Jontho abbandona la batteria per concentrarsi a tempo pieno sulle vocals (belle sporche e sgraziate), al suo posto subentra Malignant di fama Dauden. Poteva esserci qualche preoccupazione dopo l’abbandono dello stimato vocalist HansFyrste, in fondo la sua voce aveva bagnato dignitosamente il duetto formato da Collectors of the King e Malediction, ma c’è da dire che per come vogliono apparire oggi i Ragnarok basta ed avanza la bestiale prestazione del “nuovo” o rigenerato Jontho (ormai in veste di “regista”, sa cosa vuole e quindi attua immediatamente sul campo i pensieri).

Psychopathology ti divora lentamente senza mollare la presa, i Ragnarok non le manderanno di certo a dire, e ce lo fanno intendere con il brano d’apertura Dominance & Submission, una frustrata a dir poco impervia, acuta e positivamente “fastidiosa”. Le cose mano a mano che avanzeremo si faranno “più diluite” a tratti ma l’equazione della band non sposterà mai le coordinate da uno stile impervio, pungente e dai tratti stordenti. Una dichiarazione di guerra nei nostri confronti che cerca al contempo di immagazzinarci al suo interno, questo è Psychopathology, nulla più.

Cinquanta minuti di pura “danza” black metal, richiami sparsi a tutta la carriera con l’implemento di una convinzione che forse è maggiore oggi rispetto al “luminoso” ieri. Mi piace l’impronta data da questi Ragnarok, mi piace il loro aspettare il momento giusto. Quest’ondata blasfema che tutto richiede rappresenta l’ennesimo puntello di una discografia sempre più compatta e sanguinosa. La volontà di riscrivere le cose non fa parte del loro dna, Psychopathology è il “classico” che divora, una nuova dimostrazione d’efferatezza a lettere maiuscole.

Le varie I Hate, title track, My Creator (due abbondanti minuti di “carne cruda”) cadranno molto bene una dopo l’altra, ma sarà solamente nella seconda metà che ci renderemo conto del livello globale raggiunto dall’album. Personalmente trovo brani come la diabolica Infernal Majesty (provatela, perché sarà il massimo della melodia che vi potrammo mai offrire oggi) Heretic, Into the Abyss, la martoriante The Eighth of the Seven Plagues o Lies capaci di suggellare al meglio l’imbottigliamento del vino Ragnarok 2016. Un vino che non ne vuol sapere di offrire un lato -seppur piccolo- ai palati fini.

Lavoro per “intenditori” (o meglio, per chi sa cosa bisogna spremere dal black metal), chi bazzica poco -o per noia- il genere si stancherà molto, molto presto.

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