Ragnarok – Malediction

Prima di un’ipotetica fine del mondo fra le poche certezze troveremo sicuramente i norvegesi Ragnarok e il loro black metal, potremo difatti andare all’altro mondo in tranquillità con addosso la […]

Prima di un’ipotetica fine del mondo fra le poche certezze troveremo sicuramente i norvegesi Ragnarok e il loro black metal, potremo difatti andare all’altro mondo in tranquillità con addosso la convinzione di non subire  alcun tradimento dal gruppo di Jontho ed acida compagine. Dopo la pausa “rigenerativa” fra Blackdoor Miracle e Collectors of the King (già recensito su queste pagine virtuali) i Ragnarok sembravano aver ritrovato nuova linfa vitale grazie all’innesto di HansFyrste, il precedente disco non era certamente qualcosa di epocale, ma rappresentava un ottimo comeback. Con Malediction si seguivano grossomodo le medesime caratteristiche, anche se le componenti di cattiveria e blasfemia risultavano forse maggiori (per quanto sia possibile). In poche parole ci trovavamo per le mani un disco migliore (a mio dire), anche se non in maniera così “evidente” visto che Collectors of the King si aggirava più o meno sui medesimi livelli, diciamo che in un ipotetico scontro di pugilato Malediction vincerebbe dignitosamente ai punti.

Sponsorizzati a questo turno dalla Agonia Records i nostri affondano il coltello bene bene nelle profondità, l’attacco è pressoché continuo e beatamente “stancante”. Malediction è nient’altro che “carne cruda”, per poterlo apprezzare nella sua interezza bisognerà avere fame esagerata (alla larga fastidiose zanzare petulanti), puro cannibalismo black metal dall’insaziabile voracità. Una volta fatte le giuste considerazioni con voi stessi e con quello che andate solitamente cercando potrete decidere se “farvi del male” o meno, l’attacco sarà frontale ed immediato, l’asfissia ancora più pressante del solito, con i Ragnarok non si scherza, ma soprattutto non si bada allo sfruttamento del buon nome costruito faticosamente durante il passare degli anni. A loro non importa sedurre o addolcire vagamente il tutto con melodia fuorviante, loro hanno solo un solo target, quello di buttare in rovina tutto ciò che gli si para davanti, e direi proprio che con questo capitolo ci son riusciti alla grande.

Il grado di “ossessione” è ben esemplificato dalla opener track Blood of Saints, un inno vorace che rievoca le gesta vichinghe al monastero di Lindisfarne nel 793, il refrain apparirà abbastanza totale. E il resto come si suol dire “verrà da se”, prima la strisciante carneficina di Demon in My View poi “ali leggermente aperte” con Necromantic Summoning Ritual, ma sono sempre ventate di malefica depravazione quelle che arrivano attraverso casse e cuffie (no, certi riff non stancheranno mai e poi mai). La ricetta non ne vuole sapere di cambiare, il suolo è arido e le canzoni avanzano con gesta di astuto predatore. L’ossessione ritorna regina con Divide et Impera, passa attraverso la convinzione di (Dolce et Decorum est) Pro Patria Mori (altro grande refrain e finale di totale elevazione) o l’inganno di Dystocratic per sfociare sull’annichilente Iron Cross-Posthumous. Rimarranno da snocciolare The Elevenfold Seal (dissipante furia dai vaghi sensori Immortal ed ampi dosaggi di “cantilene” vocali), Fade Into Obscurity (già il titolo spiega adeguatamente il tutto) e la mazzata finale data da una contorcente, oscura e sibillina Sword of Damocles.

Poca la voglia di cambiare, qualcosa che sicuramente non garberà a quelli che amano diverse situazioni all’interno del singolo album. L’altra faccia della medaglia vede però registrare un disco solido come il cemento, corrosivo e diabolico come solo il buon black metal sa essere.

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