Ragnarok – Collectors of the King

A sei anni dal fortunato Blackdoor Miracle facevano ritorno i norvegesi Ragnarok forti di una formazione sensibilmente rinnovata. Dal passato rimaneva giusto lo storico batterista Jontho, il resto era “carne […]

A sei anni dal fortunato Blackdoor Miracle facevano ritorno i norvegesi Ragnarok forti di una formazione sensibilmente rinnovata. Dal passato rimaneva giusto lo storico batterista Jontho, il resto era “carne fresca”, pescata da giovani formazioni provenienti della stessa loro nazione. Così trovavamo HansFyrste degli Svarttjern alla voce, e la coppia d’asce dei Carpticon formata da Brigge e Decepticon.
Tutti questi cambiamenti potevano far pensare a qualche bizzarro cambio di rotta, cosa che i Ragnarok hanno ben pensato subito di scacciare.

Inutile però guardare ai fasti passati, Collectors of the King non ha certamente quel potere magico dei primi Ragnarok, e non pareggia neppure la furia dell’album precedente (chi scrive ha molto apprezzato Blackdoor Miracle), però riesce in qualche modo ad essere una novità, un nuovo modo per ripartire da alcune fondamenta ma con occhio più “critico” nel fare le cose. Fra le mura di Collectors of the King si riesce a percepire il sapore rarefatto del buon vecchio black metal ed è questo ciò che conta maggiormente. Peccato solo per la sostanza, e per una certa opacità nel formalizzare alcune formule.

HansFyrste confermava le sue spiccate doti esibendo una prova convincente su tutta la linea, già la partenza con Stabbed by the Horns bastava per fugare ogni piccolo dubbio a riguardo. Riff diabolici e assassini e un drumming schietto e dinamico andavano a creare una gran bella song, capace di esplodere a tutta durante l’esecuzione del suo fulcro. Stabbed by the Horns, canzone instabile e spietata, autentica perla dei nuovi Ragnarok assieme alla successiva Burning the Earth, dove la band scendeva a pescare melodie in territorio svedese.

A regnare sul disco ci sarà un strana sensazione di “chiuso”, proseguita degnamente dalla terza lama In Honour of Satan, dove alla formazione norvegese riesce una magistrale alchimia fra le due scuole scandinave. Di seguito arriva la title track, traccia capace d’ingrossare le aspettative cammin facendo, ma nemmeno il tempo di pensarlo che arrivano alcuni “reumatismi” (da poco, ma avvertibili) nell’esecuzione del terzetto di brani composto da Eternal Damnation, The Ancient Crown of Glory e May Madness Hunt You Down. Pur non essendo da buttare le canzoni non riescono a pungere come prima, mentre la chiusura affidata a Wisdom of Perfection riportava fortunatamente l’asticella su un livello più consono.

Chitarre pronte a scavare solchi, mai dome nel mietere ed intrecciare riff in successione, riff che saranno una sorta di arma a doppio taglio di tutto Collectors of the King. Non tutti i tradizionalisti saranno accontentati questa volta, poiché l’album si svela con difficoltà,  lascia intuire il fascino di fondo senza lasciarlo acchiappare. Il voto nonostante questo si attesta sopra la sufficienza, perché su questi 38 minuti la band lascia comunque la sua pesante impronta, l’impronta di chi sa giostrare al meglio un genere anche a discapito di alcuni pezzi “sotto la media”.

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