Rage – Seasons of the Black

L’ennesimo ritorno di una formazione il cui nome non può che generare accurato rispetto: Rage! Se mi metto a guardare indietro non saprei da dove iniziare o tantomeno finire per […]

L’ennesimo ritorno di una formazione il cui nome non può che generare accurato rispetto: Rage!

Se mi metto a guardare indietro non saprei da dove iniziare o tantomeno finire per tessere le lodi di un “qualcosa” di così grande da apparire indecifrabile in campo heavy-power metal. Ogni volta che Peavy Wagner e soci del momento se ne escono allo scoperto è come se partisse in maniera automatica una carrellata all’indietro, in direzioni delle innumerevoli copertine e sensazioni a loro legate. E quindi si, non c’è nulla dei Rage che mi abbia realmente deluso e nel mezzo di questi particolari viaggi-retrospettive non posso far altro che alimentare un rispetto profondo, un apprezzamento per quello che nella loro semplicità sono che tanti altri possono solo sognarsi a merenda.

Non starò a perdere tempo, a tediarvi su chi o “cosa” siano i Rage, e se ancora non li conoscete non è da questo Seasons of the Black che dovete partire (o forse si? di sicuro se lo fate e vi piace ad attendervi avrete solo chilometri di sconfinata discesa) anche se per farvi un’idea sarebbe sotto alcuni aspetti l’ideale, giusto come tante altre loro fatiche. Insomma c’è l’imbarazzo della scelta per pescare una carta dalla loro discografia, un mazzo sempre più denso che arriva a contare ben più dei soliti quattro assi e diversi Re. Beh, nel mondo delle carte il nuovo Seasons of the Black rappresenterebbe la fanteria, se vogliamo costituita da pochi pezzi ma pur sempre fanteria (poi dipende da come siete soliti guardare il famoso bicchiere), bella cazzuta e rocciosa, capace di respingere istantaneamente critiche et similia.

Seasons of the Black riprende a tratti quelle sensazioni del periodo Black in Mind/End of All Days ma le attualizza con una produzione decisamente migliore in grado di portare l’amata corazzata a spasso con le esigenze odierne, allo stesso tempo potrei citarvi tanti altri dischi che emergono qui e là, tanto da finire col menzionarli quasi tutti inutilmente. Ma se ci limitiamo a quelli citati vi basterà ascoltare il refrain della title track o l’attacco di Septic Bite (emozioni a palate) per cadere al più presto in brodo di giuggiole.

I Rage sono come un’onda che ritorna a schiantarsi contro una data scogliera con scadenza regolare, il loro marchio riesce a rigenerarsi restando sempre in territorio positivo, rafforzando di fatto un rispetto e una discografia ormai difficili da descrivere. Il nuovo disco suona bene, le canzoni prendono subito e i ritornelli non deludono affatto, come spesso accade i “grossi calibri” vengono iniettati tutti all’inizio tanto che nelle ultime battute si ha quasi quella sensazione di pigrizia che se vogliamo è l’unico vero tallone d’Achille della band. Non che pezzi come All We Know Is Not , Justify, Bloodshed in Paradise e l’ultima quieta Farewell siano brutti ma non reggono chiaramente il peso del confronto con le due già citate o le seguenti Serpents in Disguise, Blackned Karma (il ritornello mi fa sospirare), Time Will Tell (strofe che mordono con grazia) e Walk Among the Dead. Forse sarebbe stato meglio mescolate fra di loro ma ciò non toglie l’alta qualità del disco che viene solo “smorzata”, scalfita diciamo di striscio senza risultati compromettenti.

Avercene di Peavy, avercene di Rage.

About Duke "Selfish" Fog