Primal Fear – Rulebreaker

Arrivi ad un certo punto e vedi i tuoi sforzi completamente ripagati, poco importa quanto è stato faticoso il tragitto, ad importare è solo il traguardo, e quello dei Primal […]

Arrivi ad un certo punto e vedi i tuoi sforzi completamente ripagati, poco importa quanto è stato faticoso il tragitto, ad importare è solo il traguardo, e quello dei Primal Fear sta diventando sempre più importante ed autorevole (anche a discapito dell’età che avanza, cos’è questo “orpello” se suoni ancora con la grazia di quando ti sei formato?), frutto com’é di coerenza, passione, cocciutaggine oltre che della straordinaria capacità (assolutamente innata) di non mollare, è anche così che si trasformano magicamente le critiche in qualcos’altro, qualcosa di “più potente”. Solo guardando indietro ci renderemo conto di quanta diamine di strada siano riusciti a percorrere , e chissà in quanti erano pronti a dichiararli morti dopo appena due o al massimo quattro dischi (il primo poker resta ancora oggi sicuramente speciale alle mio orecchie, poi a sua ruota metto fieramente il sesto tassello Seven Seals).

Mi guardo attorno e vedo una discografia compatta come poche, fatta da dischi che non hanno la paura di poggiare le basi su un songwriting solido, mai rivoluzionato (nemmeno con la mente) ma così potente e sempre-sempre ben riuscito, tanto da non farti mai porre le classiche domande su quanto possa essere utile il termine “immobilismo sonoro”. Muoversi nel mare dei Primal Fear è quindi incredibilmente facile, così facile da rischiare l’approdo al suo opposto, al “complicato”. Io (tolti i dischi già citati prima) vedo una discografia incredibile, sotto alcuni aspetti “ingestibile” (ho voglia di Primal Fear, che cosa diamine metto su? Meglio fare come una volta, un disco al giorno, magari in ordine cronologico e via denti marci e relativi dolori) capace di trovare la quadratura negli anni, di un livello silenziosamente “eccelso” se ancora oggi, all’apertura del 2016 ci siamo ancora dentro sino al collo.

I tratti caratteristici della band sono tutti al loro posto (e dove sennò? rigorosamente prenotati senza il bisogno di pronunziar alcuna parola o meglio le solite due ”Judas Priest”), più certi della fine del mondo. La voce del gigante Ralf Scheepers continua a non avvertire l’erosione naturale del tempo (meno accesa ma conscia dell’avvenuta maturazione, un “pilota automatico” che fa sempre bene sentire), le chitarre stridono infuocate e mai dome per l’ennesima volta, mentre non possiamo esimerci dal citare il “padrone di casa” Mat Sinners, sempre fondamentale nel reggere le ritmiche (veloci o lente poco importa) con il suo poderoso basso. Gradito il nuovo ritorno di Tom Naumann che va a creare una situazione da “il buono, il brutto e il cattivo” con il duetto formato da Magnus Karlsson e Alex Beyrodt,duro lavoro e divertimento sono subito percettibili e gareggiano con puntualità sopra ogni nuova canzone.

Undici pezzi e poco meno di un’ora di durata, questi i numeri di Rulebreaker, disco che ovviamente non tarda a scuoterci con la classica opener “da urlo” intitolata a questo giro Angels of Mercy (stretti-stretti chiusi nel nostro personale e adorato headbanging). Il “rinculo” tarderà un attimo a presentarsi poiché la seconda e tellurica traccia The End Is Near non cambierà di un solo millimetro la pressione immessa, per allentarla i nostri compongono una fantastica e melodiosa Bullets & Tears (quanto adoro Ralf in queste occasioni). La title track porta una ventata d’aria tanto classica quanto leggera (seconda solo alla semi-ballad The Sky Is Burning) in scia al suo refrain da cantare a squarciagola, poi ci pensa l’inno In Metal We Trust a riportare in auge ritmiche pulsanti, stridenti ed abrasive. A metà percorso troviamo We Walk Without Fear e i suoi dieci intriganti minuti (inizio epico, il resto è semplicemente “heavy metal” nelle sue diverse sfumature, tutte rigorosamente collegate da un signor ritornello) seguiti dalla classicissima e ruspante At War with the World. E’ qui che i Primal Fear decidono le sorti dell’album, perché a far spegnere il lumicino basta davvero poco, la risposta parte dapprima con l’oscura The Devil in Me, messa al posto giusto e nel momento giusto prima del “rush” finale, inoltrato in primis dalla ficcante Constant Heart (decalogo su come costruire tracklist, il valore di certi brani rende meglio in base al loro inserimento e sulle loro prime “scintille”) seguita a ruota dalla romanticosa The Sky Is Burning e dalla “pestata” Raving Mad.

E’ solo un altro disco dei Primal Fear e ci piace, quanto siamo “peccatori”. Gli ottimi livelli del precedente Delivering the Black mantenuti (non era affatto scontato), per loro sicuramente uno sforzo da poco, ma a noi basta per ergerlo a top album. Nuovo “biscottone” di rilevo per cuori metallici.

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