Porta Nigra – Fin de Siècle

O. e Gilles De Rais già insieme nei Membaris (Chaos Invocation ed Obscure Infinity gli altri progetti del primo) decidevano nel 2012 di mettere in piedi Porta Nigra, un nuovo […]

O. e Gilles De Rais già insieme nei Membaris (Chaos Invocation ed Obscure Infinity gli altri progetti del primo) decidevano nel 2012 di mettere in piedi Porta Nigra, un nuovo nome da gettare nella fauci degli intransigenti ascoltatori di black metal. L’idea non era affatto da trascurare perché con Fin de Siècle i nostri non fallivano affatto, l’album risultava essere un debutto già maturo e dalle grandi speranze.

Gruppo in piedi e in quattro e quattr’otto ecco arrivare l’ep Megalomaniac sotto l’appoggio importante della Debemur Morti Productions, a ruota arrivò un prima prova su lunga distanza davvero importante, un prodotto che cercava di ergersi “sopra al classico”, proponendo sette brani “mutevoli” ma dotati dello stesso comune denominatore fatto d’eleganza ed oscurità. Songwriting sopraffino dunque, con alternanza di episodi ora claustrofobico/cadenzati, poi sensoriali e d’assoluta importanza melodica. Il disco assume una forma strana ma assolutamente coerente, rafforzandosi sempre di più ascolto dopo ascolto. Se dapprima a colpire sono le “bellezze statuarie” di Megalomaniac e title track, con il tempo si finisce col apprezzare ogni più piccolo e minuscolo anfratto polveroso, le lunghe durate delle canzoni diventano solo un appunto al quale non badare nemmeno, perché l’ascolto volerà letteralmente via in un soffio.

Fin de Siècle è avvolgente ed ipnotico, un viaggio certamente speciale, iniziato da una Dekadente Nächte mistica e mesmerizzante, dove i nostri sembrano voler porre omaggio ai Celtic Frost, componendo una traccia dalla duplice utilità, quella di “spacciare” la canzone come sorta di “intro-non-intro” mettendo contemporaneamente la persona all’ascolto nel giusto climax per quello che avverrà. Il pulito verso di Megalomaniac detto fra noi è un piccolo capolavoro d’intuizione magnetica, un qualcosa che ti si stampa a caratteri cubitali in mente, divagazione depressivo/melodica a spezzare ciò che in partenza era già abbondantemente melodico senza però stufare l’orecchio, penso che una “nenia” del genere avrebbero voluto averla tra le loro schiere (e a loro modo) pure gli Arcturus in qualche loro passata opera. Der Spiegel è un lento trasporto che comincia piano ma che finisce per inghiottirti inesorabilmente (sono sicuro che alla fine ne sarete soggiogati a vostro modo), intanto si continua a sprofondare nel mare nero pece con la breve strumentale Absinthfee, canzone misteriosa, che “accende” ufficialmente la parte più spinosa -ma anche più soddisfacente- dell’intero disco. Tale parte comincia con il cupo romanticismo di Das Aas der Meere, dove emerge chiara e distinta la nazionalità tedesca della formazione (unita ad un lirismo d’estrazione Shining), inoltre questa canzone ci mette contro diverse gradazioni melodiche di raffinata e “noncurante” bellezza. La title track folgora vaporosamente, malinconia palpabile che si lancia in suggestioni vagamente “epiche”, lasciando spazio ad un finale sul quale perdersi infinite volte (effimero splendore). Sono eterei dieci minuti quelli di Tod meiner Lust, ghirigori spettrali supportati da un flebile lirismo femminile in qualità di sfarzoso tappeto sonoro.

Fin de Siècle non è certamente il classico disco black metal, ma a ben sentire non è nemmeno tutta questa grande innovazione. E’ sperimentale e sensoriale ma a modo suo, è un lento fumo in perenne evoluzione aerea. Vi potrà tormentare, annoiare, oppure folgorare, strati sonori che si intersecano con movimenti calibrati e ben poco veloci. L’effetto sta nell’insieme, qui più che altrove.

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