Plage – Den kristne stank

Quest’unione tedesco/danese (il duo Blizzard/Exord dalla Germania mentre le vocals avremo il nordico Vrede dei Myrd, già all’opera in sede live con nomi del calibro di Angantyr e Make a […]

Quest’unione tedesco/danese (il duo Blizzard/Exord dalla Germania mentre le vocals avremo il nordico Vrede dei Myrd, già all’opera in sede live con nomi del calibro di Angantyr e Make a Change…Kill Yourself) dal monicker Plage è riuscita decisamente a convicermi in tutto il suo semplice misticismo. Un black metal atto a pescare a piene mani dalla scena norvegese (Darkthrone, Satyricon) senza dover però rinnegare le influenze danesi caricate nel corso degli anni dall’ottimo Vrede.

Il disco scorre con innato piacere e riesce a darti quel “segno” indelebile che solo un’uscita “classica si…ma anche tanto riuscita” può davvero conferire. Un ampio respiro su come l’arte nera andrebbe suonata-confezionata e prodotta non c’è che dire. Senza mai strafare i Plage solidificano un disco efferato, dalle angolature “epiche” ma capace di sanguinare sopra a chitarre taglienti, abili a snocciolare la necessaria profondità ove richiesto.

Otto pezzi –di cui nessuno deludente- per circa quaranta minuti d’autoritaria espressione (non ci piove!). Il bello di Den kristne stank è che non ti da mai l’idea di essere un “discone”, però in qualche modo finisci per considerarlo/coccolarlo in quanto creatura speciale e in grado di fornire le giuste vibrazioni/emozioni che sempre vorremmo percepire quando affrontiamo la materia implicata.

Davvero, non so quante volte l’ho ascoltato durante l’ultimo periodo e non c’è mai stata una volta che lo spettro della noia abbia manifestato il proprio insidioso artiglio (ad essere sincero devo ammettere che il primo ascolto è stato visibilmente “superiore” ma una volta corretto il tiro lì si è rimasti).

I Plage con Den kristne stank hanno costruito un debutto “per niente scontato”, soprattutto per quanto riguarda il risultato globale, che resta positivo e lungamente respirabile. Per i consigli d’ascolto vi indirizzo sull’opener En hedensk kriger, su Chained by Flesh e title track (cantata -per metà- tenebrosamente alla Attila Csihar) e sulla più lunga ed introspettiva Ihjelslår.

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