Paganizer – Land of Weeping Souls

Senza smettere di farsi vedere in giro (la loro serie di ep è stata comunque sfornata nel frattempo) il monicker Paganizer ha impiegato questa volta qualche annetto prima di tornare […]

Senza smettere di farsi vedere in giro (la loro serie di ep è stata comunque sfornata nel frattempo) il monicker Paganizer ha impiegato questa volta qualche annetto prima di tornare a farsi vedere su lunghe e importanti distanze. Avevamo speso qualche parola per l’antipasto On the Outskirts of Hades (2016) ma non li vedevamo all’opera su full-lenght dall’anno 2013 (World Lobotomy), quindi l’occasione di tornare su passi ben conosciuti si è manifestata finalmente grazie all’ultimo Land of Weeping Souls (Transcending Obscurity Records, 2017), nemmeno a dirlo : “una nuova dimostrazione di forza e coerenza”.

Tornare a scrivere più volte su un progetto così prolifico e lineare resta pur sempre una sorta di “sfida”. Così, se la musica non accenna a cambiare, le parole devono invece provare qualche nuovo appiglio, giusto per non dover tornare alla fonte dalla quale si era attinto in precedenza. Ma è terribilmente difficile sapete, e in fondo cosa diamine ci possiamo aspettare dai Paganizer? Lo sappiamo benissimo a cosa andiamo incontro e non desideriamo –sulla carta e sino a prova contraria- altro che il solito buon lavoro di mestiere sfornato da Mamma Svezia. Da questa visuale Land of Weeping Souls non sgarra affatto, anzi i suoi intenti sono del tutto “malevoli” e cercano di spingerci con velocità verso il burrone più vicino.

La formula consolidata dei Paganizer si mantiene frizzante e soprattutto non annoia mai. E’ facile cadere in qualche tranello quando componi con linearità battendo sempre sullo stesso bullone, ma con loro non c’è mai il rischio di finire a pensare “male” o peggio sbadigliare. Insomma con Land of Weeping Souls i nostri ruggiscono che è un piacere, e noi non abbiamo altra scelta di quella di posizionarci a testa china e scuotere sino al totale sfinimento.

Il riffing sbriciola in scioltezza e la serie di brani iniziali (Your Suffering Will Be Legendary, Dehumanized e Forlorn Dreams) non può far altro che ribadire un concetto tanto vecchio quanto oliato, opportuno ed efficace. Le chitarre di Rogga e Kjetil Lynghaug  scarabocchiano che è un piacere e l’effetto traino può dirsi portato a compimento sino al nucleo, sino all’essenza primordiale. Lo capisci quando il lancio delle prime songs non si spegne durante le varie title track, The Insanity Never Stops o la pachidermica Selfdestructor sino a volare sulla note della finale e avvincente Prey to Death (avercene di dischi che “ne hanno” ancora così al momento di chiudere).

I Paganizer proseguono la loro discografia avvolti nell’affidabilità più totale. Anche in quest’occasione il consueto turbine death metal riesce bene e senza fronzoli, dritto al bersaglio senza distrazioni. Il voto? Sempre il solito, così non si sbaglia.

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