Orion – On the Banks of Rubicon

Operazione recupero per la Transcending Obscurity India, le intenzioni dell’etichetta sono chiare già a partire dal nome, la pesca dei prodotti va svolta obbligatoriamente in casa, e questa volta sceglie […]

Operazione recupero per la Transcending Obscurity India, le intenzioni dell’etichetta sono chiare già a partire dal nome, la pesca dei prodotti va svolta obbligatoriamente in casa, e questa volta sceglie il monicker Orion e il loro fortunato/ben accolto ep On the Banks of Rubicon (originariamente datato 2012, la ristampa arriva dunque con due anni di ritardo). Il prodotto aveva ricevuto buone critiche ai tempi della sua uscita, ma la mia posizione rimane un pochino “fredda” a riguardo, e si attesta ben al di sotto di certi altisonanti paroloni pronunciati dai più variegati “colleghi”. Diciamo che per il momento non avverto sapori specifici o una “particolarità” che riesca a far spiccare loro il volo, un qualcosa che possa scrollarmi di dosso quell’apatia che puntualmente giunge galoppante dopo pochi minuti. On the Banks of Rubicon non è certamente da prendere e buttare (ci troviamo pur sempre di fronte ai “primi passi” della band, l’ep segue e praticamente riprende il primo demo Reverie Hours uscito nel 2010), alcune cose graziose riescono a filtrare attraverso quella monotonia che troppo presto arriva a calare la sua mannaia (diciamo che la produzione per quanto buona ci mette il suo vistoso zampino).

I brani sono quattro ed occupano 23 minuti circa di spazio. Gli Orion si fanno alfieri di un death metal tecnico e melodico scombussolato a tratti da lampi o evoluzioni progressive. Ho preferito sicuramente la voce pulita piuttosto che il monotono growl (l’altro forte motivo di “raffreddamento”, non appena cambia impostazione i risultati cambiano repentinamente) mentre le chitarre cercano di modificare il più possibile l’ossatura del brano. Verranno spesso in mente gli Opeth, per il riffing ma soprattutto quando entrano in scena melodie acustiche o determinate aperture vocali (qui appare un vago “spettro” alla Orphaned Land).

L’ep si apre fra gioie e dolori, prima con l’indiscutibile brano migliore (Oh Sweet Ebullition), poi con quello peggiore (Devoured Existence), dopodiché arriverà il gradito e vibrante -ma un po zoppicante- momento “d’esplorazione eclettica” (Astral Embodiment) e un finale che vira sul “pestato” e sulla mancanza di respiro (My Dying Prayer).

Prodigarsi in voti non avrebbe davvero senso, va preso il buono e accettato ciò che ancora non gira al meglio (niente va elogiato, niente affossato), nel frattempo le poche copie stampate dovrebbero fare leva o meno sul vostro quantitativo di “voglia” di certi prodotti.

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