Organ – Tetro

Tetro funge da  giro completo sulla giostra dello stoner doom nazionale. Gli Organ da Belluno se ne uscivano fuori nel 2015 con un debutto non solo solido ma anche altamente […]

Tetro funge da  giro completo sulla giostra dello stoner doom nazionale. Gli Organ da Belluno se ne uscivano fuori nel 2015 con un debutto non solo solido ma anche altamente efficace nel conferire determinate caratteristiche legate morbosamente al genere. Largo spazio dunque a porzioni strumentali, e via con riff ben piantati al suolo e suonati con tenacia a testa bassa, sia mai che il domani non dovesse per davvero cominciare . La musica degli Organ si intrufolava dentro larghi spazi e lì dentro iniziava a sparare le sue ingenti quantità di fumo e asfissia. Ma nonostante la proposta appaia a primo impatto “schiacciante” non si avvertirà mai la voglia di andare oltre l’insostenibile (cosa che emerge anche dalle durate alternate presenti in tracklist) e qui i ragazzi si giocano invero la riuscita del disco optando per strade che definirei “parallele”, abili nel mettere piede su calzature differenti. Da una parte avremo così la voglia di esplorazione tipica dei prodotti “saggi ma underground”, mentre dall’altra i nostri metteranno in pratica una capacità strumentale e una espressione dei sensi non comune (diciamo che ci terranno incollati al punto stabilito per mezzo di un magnete invisibile).

L’album si evolve attraverso cinque pezzi, cinque brani opportunamente scardinati alla fonte grazie alla prima Slave Ship. Il magnetismo verrà subito distribuito fra colanti strutture pronte a guadagnare sempre più campo con l’andare dei minuti. Gli Organ sembrano sapere come giocarsi le carte e muovere a modo quei pochi e lenti elementi presenti nel genere. Una traccia come Slave Ship riesce così ad irradiare una sua luce da dentro uno spazio vuoto, luce che sopravviverà alla grande anche attraverso le successive Kholat Syakhl (ispirata a leggende e avvenimenti legati alla montagna russa Cholatčachl’, la “montagna morta”) e Enuma Anu Enlil. Storia a parte per le più brevi Witch House e la strumentale Hal, a loro spetta il compito di diluire la proposta con intuizioni differenti e quasi imprevedibili (suonerà strano a dirsi, ma mi hanno dato l’impressione di essere quelle a cui serve quell’ascolto in più). Mentre non potremo fare a meno di non notare le differenti impronte vocali scelte di volta in volta per le varie canzoni (e qui non posso evitare di menzionare quella di Witch House).

La produzione impatta al meglio e va a creare una fitta coltre dimensionale fra noi e ciò che resterà fuori dal nostro campo uditivo. Gli Organ con Tetro dimostravano di saper masticare le fumanti esalazione doom, tanto classici nella materia quanto vogliosi di partire alla ricerca di ignote sensazioni. Un giro –mi ripeto- assolutamente da testare, aspettando il momento di poter legare con gli innesti “dispersi” con accortezza.

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