Oranssi Pazuzu – Kosmonument

Non so che dire, mi giravo ovunque e trovavo “chili e chili” di incensamenti a Kosmonument, seconda fatica della folle band finlandese chiamata Oranssi Pazuzu. Il parere era (ed è […]

Non so che dire, mi giravo ovunque e trovavo “chili e chili” di incensamenti a Kosmonument, seconda fatica della folle band finlandese chiamata Oranssi Pazuzu. Il parere era (ed è immagino) pressoché totale, tanto in Italia quanto all’estero, quindi vorrei sapere cosa succede di “sbagliato” in me, nel fatto di come tale ascolto mi voli via in modo completamente anonimo (l’esordio Muukalainen Puhuu l’avevo invece consumato e apprezzato non  poco). Eppure ogni volta parto armato di buone speranze, solo che ogni volta finisco col dirmi “perché?“, oppure “dov’è sta quella cribbio di scintilla, quando scatta?“.

Questa recensione cerca in primis di capire meglio il mio “fastidio”, perché se dovessi consigliarvi questo album di certo non lo farei, ma invece sotto sotto dovreste provarlo, perché pare piaccia praticamente a tutti (se così non dovesse essere vi accolgo ben volentieri nel mio casolare).

L’impatto iniziale è la cosa meno preoccupante, la copertina è davvero affascinante e si candidava al podio delle più belle del suo anno d’appartenenza (2011). Anche le canzoni migliori le troviamo all’inizio, è come se il percorso iniziasse con un discesa semplice ed agevole per finire lentamente su una faticosa ed impervia salita, così, quasi di soppiatto si fa largo la noia (c’è da dire che il disco dura davvero troppo, e questo sicuramente influisce sul mio giudizio poco esaltante) e da metà disco in poi l’aria diventerà davvero troppo pesante, chiusa, addirittura irrespirabile.

Gli Oranssi Pazuzu mantengono grossomodo le coordinate del primo disco, sound fumoso e psichedelico, mentre tastiere eclettico/spaziali vengono spalmate ancora una volta su un black metal acido, scarno al tatto, registrato in presa diretta. Insomma c’è tutto quello che serve per fare bene e canzoni come Komeetta, Loputon Tuntematon o gli echi dimensionali di Uusi Olento Nousee stanno li a dimostrarlo. Non mi convincono invece le ampie porzioni strumentali sparse da questo momento in poi (per un totale di 18 minuti complessivi), hanno su di me un potere sedativo abbastanza preoccupante. Maavaltimo è pura introspezione, un distacco “grasso” che riesco a reggere l’attenzione ancora per poco mentre le varie Andromeda e Kaaos Hallitsee fungono (assieme alle strumentali) come classico dito nella piaga. Sembrano pensate per allungare il brodo forzatamente (anche se tutto non sarà da buttare ovviamente) nonostante gli Oranssi Pazuzu riescano in fondo a dimostrare quella loro spiccata personalità (ma è tutto così soporifero, scusate la ripetizione) che li ha formati.

A salvarli in qualità di salvagente resta quella loro “particolarità”, quella voglia di sperimentare ed abbattere barriere considerate ormai troppo convenzionali.

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