Old Forest – Dagian

Ricordo bene Into the Old Forest, album di debutto dei mistici Old Forest, formazione inglese che nel 1999 ci aveva incantato sotto le ali della cultosa Mordgrimm. Quell’uscita sottolineava ulteriormente […]

Ricordo bene Into the Old Forest, album di debutto dei mistici Old Forest, formazione inglese che nel 1999 ci aveva incantato sotto le ali della cultosa Mordgrimm. Quell’uscita sottolineava ulteriormente un certo periodo che potrei definire senza dubbio alcuno “magico”, dove ogni album finiva per aggiungere una propria specialità rispetto a quello degli altri. Vi erano lavori migliori e altri peggiori, ma nel suo piccolo Into the Old Forest ha lasciato il suo piccolo e significativo segno (e magari un giorno ne parlerò in modo più aprofondito).

Ma nonostante l’attaccamento nei confronti di quel disco mi persi il loro ritorno discografico avvenuto prima nel 2008 e consolidato qualche anno più tardi con il secondo full-lenght intitolato None More Black. Il motore fu riattivato e da quel momento passo un solo anno prima della venuta di Dagian, terzo lavoro che metteva in “agitazione” formule assai atmosferiche e fascinose.

Su Dagian ci puntò la nostrana Avantgarde Music e con l’album alla mano possiamo certamente capire il perché. Gli Old Forest scelsero una formula dilatata, orchestrata per mezzo di quattro lunghi brani per una durata complessiva di circa cinquanta minuti. Il disco suona “soffuso”, pienamente conscio del suo avanzamento tentatore e dal taglio principalmente melodico. Parte proprio da un’idea lampante, ovvero quella di voler tentare di “fermare il tempo”, di girare largo attraverso l’uso di tappeti tastierosi e chitarre poste in sospensione a lavorare agli angoli della cornice. Dagian è il classico album da lasciare scorrere in sottofondo, le sue trame lavoreranno meticolosamente e senza essere viste, portando alla lunga i sperati risultati.

L’opener Morwen è davvero tanta, ma tanta roba, puro abbraccio atmosferico che si avvinghia a certe sensazioni per non mollarle più (spicca la prestazione vocale a metà fra il crudo e l’epico) sino alla conclusione. L’attacco della seconda Non non potrà che ricordare lo stampo In The Woods e anche l’impronta vocale sembra voler remare con ferma decisione su tale direzione. La terza Tweoneleoht mantiene toni morbidi e soffusi per tutta la sua durata prima di lasciare spazio alla lunga (un quarto d’ora) e ultima Neaht, traccia da risvolti interamente ambient, giusto per essere chiari circa l’impronta e il “carattere” richiesti al proprio fruitore.

Gli Old Forest continuano a sussurrarci note da un’altra epoca, il loro Dagian parla una lingua sempre più in disuso e per questo si merita una giusta fetta di attenzione da chi potrà comprerderlo appieno. Le vette le lasciamo ai loro esordi, qui ci attende un altro tipo di ricettività che non mi sento di votare con un numero.

About Duke "Selfish" Fog