Oktor – Another Dimension of Pain

Quattro brevi strumentali si frappongono ai quattro “movimenti cardine” sul disco di esordio dei polacchi Oktor, un lavoro uscito nel Dicembre 2014 sotto le esperte mani della Solitude Productions. Poche […]

Quattro brevi strumentali si frappongono ai quattro “movimenti cardine” sul disco di esordio dei polacchi Oktor, un lavoro uscito nel Dicembre 2014 sotto le esperte mani della Solitude Productions. Poche le alternative o meglio le “sorprese” riguardo il genere intrapreso al solo leggere/sentire il nome dell’etichetta coinvolta. Il genere battuto con gli Oktor è un death-doom spigoloso, ovvero quello che butta l’occhio spesso e volentieri ai vecchi maestri inglesi. Spiccano dunque forti e pure sensazioni alla My Dying Bride/Paradise Lost, sensazioni opprimenti, velate da un tocco di tragico romanticismo che mai –fortunatamente- arriva a stonare. Another Dimension of Pain presenta al suo interno tre special guest vocali, fra tutti spicca senza dubbio Matti Tilaeus (Skepticism, sulla lunga Mental Paralysis) seguito a ruota da Kuba Grobleny (Eternal Tear, su quella di “benvenuto” Conscious Somatoform Paradise) e Kacper Gugala (Thesis, su Undone).

Gli Oktor davano così alle stampe un buon esordio (d’altronde la Solitude Productions un minimo di garanzia la offre sempre, difficilmente toppa un disco alla grande), un ideale dimora per anime smarrite alla ricerca della tanto sperata dannazione. Another Dimension of Pain lascia aperti spiragli davvero interessanti ma non arriva a toccare livelli di una certa importanza per quanto mi riguarda, certo il prodotto è fatto “a modo”e non presenta evidenti pecche d’alcun tipo, ma devo dire di aver registrato qualche personale “spiffero” durante il suo decorso (un che di incompiuto). Diciamo che si è manifestata quella fastidiosa vocina a dire che “qualcosa non va come dovrebbe”, un qualcosa di ben nascosto sotto una corazza comunque solida, quella corazza che ogni buon ascoltatore di questo genere riconosce e fa subito sua senza troppe paturnie.

Un tributo alle buone vecchie maniere, un disco che riesce a cullare su note costantemente impervie (alla fine per gioco del destino sarà la più lunga del lotto Mental Paralysis a guadagnarsi il “premio” di mia preferita), sporadicamente bagnate da qualche linea di voce pulita. Forse a mancare infine sarà proprio un pizzico di creatività sulla scelta delle “litanie”oltre alla caratteristica di una necessaria profondità.

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