Officium Triste – Mors Viri

Gli Officium Triste riuscivano a catturarmi un’altra volta, non poteva essere altrimenti vista la “metodologia” con cui mi hanno rimembrato quella mia autentica “fissa-tormentone” denominata Ruin (dei Necare). Ma andiamo […]

Gli Officium Triste riuscivano a catturarmi un’altra volta, non poteva essere altrimenti vista la “metodologia” con cui mi hanno rimembrato quella mia autentica “fissa-tormentone” denominata Ruin (dei Necare).

Ma andiamo oltre, ne sono passati di anni, di dischi da quel Ne Vivam rimasto sempre un pochino in disparte rispetto al progressivo e lento processo di “melodicizzazione” (eh si, Mors Viri vi farà compiere un nuovo-piccolo passo verso la “zona melodica”, ma finché i risultati saranno così non ci sarà da preoccuparsi), anni dove questi olandesi non ne hanno voluto sapere di sbagliare qualcosa, portando avanti un discorso coerente e fortemente passionale nei confronti della materia gothic/death/doom.

Mi sembrava tutto troppo bello Mors Viri, così ho anche cercato in qualche modo di “smontarlo”, di non crederlo per quanto possibile “reale”, invece ho clamorosamente fallito, perché ad ogni nuovo ascolto (casalingo o meno) la cosa faceva in modo di cementarsi sempre più, i vari passaggi scavavano le loro buche mano a mano, a fondo, sino ad arrivare a quel capolavoro finale chiamato Like Atlas (quando l’estrema bellezza diventa esagerata si può solo abbassare il capo e starsene in silenzio) dove puntualmente arrivavo carico di molteplici e arzigogolate emozioni.

Ma bando ai sentimentalismi, per una volta voglio farla “intendere grossa”, è forse questo il migliore disco degli Officium Triste? Sto arrivando -lentamente- a pensarlo, a contemplarlo, ritenerlo possibile (anche se certe cose richiedono molto, molto tempo), ma non vi voglio comunque imporre un tale pensiero, so che i gusti sono sempre troppo vari, e certe delusioni -per quanto incomprensibili- totalmente inaspettate. Di certo se avessi immaginato il loro nuovo disco non avrei potuto dipingerlo meglio di come è venuto fuori. D’altra parte quando cominci con un pezzo come Your Fall From Grace capace nella sua semplicità di iniettare tristezza  e “sensazioni dispersive” ad iosa ti lanci da solo la volata vincente (nel mio immaginario vedo i My Dying Bride in platea ad applaudire). Burning All Boats and Bridges funge come “pungente marcia” sino all’indovinata accelerazione, mentre sarà da annoverare fra i segreti del gothic/doom Your Heaven, My Underworld (agrodolce melodia, pace estrema). Imponente poi To the Gallows, in grado di fornire “grazia” durante un refrain pulito da urlo strozzato, The Wounded and the Dying mi spinge ad una riflessione, ovvero di come ogni canzone abbia il pregio (per quanto possibile parlando del genere) di essere diversa da quella che la precede, non si parla ovviamente di incredibili/apocalittiche rivoluzioni, sono solo lievi tinte in mutazione, caratteristica che finisce per impreziosire il tutto (una coccarda se la piglia anche la produzione “piena ed enfatica” ).

Da parte mia non consigliato, ma di più, Mors Viri era la dimostrazione di forza marchiata 2013 da parte degli Officium Triste. Le note da scovare esistono ancora, quantomeno quelle per creare scenari ampi e al contempo fragili. Se durante l’ascolto di Like Atlas qualcosa di indefinito e raggelante finirà per muoversi interiormente significherà che siete saliti sulla mia stessa barca.

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