Novae Militiae – Gash’khalah

L’essenza malvagia, il lato occulto del black metal che non si risparmia nel pianificare un deciso massacro con l’unico intento di voler fare piazza pulita del nostro sistema uditivo. I […]

L’essenza malvagia, il lato occulto del black metal che non si risparmia nel pianificare un deciso massacro con l’unico intento di voler fare piazza pulita del nostro sistema uditivo.

I francesi Novae Militiae arrivano con Gash’khalah al secondo full-lenght (il primo uscì nel 2011) e si tolgono pure lo sfizio di dare al mondo delle tenebre una piccola gemma di inestimabile valore per i tempi che corrono. La concezione del black metal che non scherza, fatta per impressionare sul serio, per colpire e fare male in un modo violento e satanico, un modo che quasi abbiamo imparato a dimenticare sulla scia di produzioni underground sempre meno cattive quando si tratta di badare al nocciolo della questione.

Otto canzoni, otto chiassosi rituali di non facile assimilazione per un totale di 55 minuti che saranno esageratamente lunghi se non riuscirete a prenderli per il verso giusto. Volgarità, totale aridità, e volontà di non piegarsi di fronte a niente e nessuno, lo capiamo quando le canzoni in qualche modo rallentano ma non avvertiamo calare la “follia”, quella degenerazione di fondo che vuole entrare a forza nelle nostre viscere con l’unico intento di comprometterle.

I Novae Militiae lasciano un’impronta fatta di bestiale black metal, bella lercia, dannata e perfetta per quanto riguarda una certa furia esecutiva a cui viene concessa completa libertà di scorrere, un’impronta magica che unisce le chitarre a un cantato strascicato, posseduto e corroso, lasciato cadere come cera dalla candela.

Gash’khalah è un’opera velenosa dai tratti dissonanti, un’opera che va buttata in corpo tramite unica, rapida soluzione. Non si può cercare di scappare, bisogna lasciare sanguinare le orecchie a modo prima di decretare la vera conclusione, esattamente dopo -o durante- quei secondi di silenzio che smezzano l’ultima Seven Cups of Divine Outrage. Perché la magia compirà in quel momento il suo vero destino (o anche prima, nel bene o nel male, solo che qui troverà la sua risposta definitiva), dopo aver accuratamente piantato i suoi diabolici semi lungo una tracklist compressa nei modi ma lunga per insistenza e minuti per singola canzone. La malattia verrà sparsa a modo già a partire dall’andatura “mista” di The Chasm of the Cross rafforzandosi in seguito grazie alla goduriosa e flagellante Daemon Est Deus Inversus, poi attraverso la caotica Orders of the Most-High (finiremo annientati) e la “divorante” Koakh Harsani.

Una volta scelta la direzione i Novae Militiae non mollano la presa, e la qualità naturalmente non scemerà più anche durante l’esecuzione delle ancora non menzionate Black Temple Consecration, Annunciation e Fall of the Idols. Un fiocco rosso sangue a guarnire la confezione ed ecco il disco pronto per essere donato a chi di dovere.

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