Nekromantheon – Rise, Vulcan Spectre

Il 2012 battezzava il ritorno discografico dei norvegesi Nekromantheon a soli due anni di distanza dal precedente (e altamente meritevole) Divinity Of Death. Avevamo già speso parole d’elogio per la […]

Il 2012 battezzava il ritorno discografico dei norvegesi Nekromantheon a soli due anni di distanza dal precedente (e altamente meritevole) Divinity Of Death. Avevamo già speso parole d’elogio per la ristampa del primo demo We’re Rotting, ed era bello realizzare quanto lo stile del gruppo non fosse granché mutato a distanza di diversi anni. Rise, Vulcan Spectre si può definire “sbrigativamente” come una nuova legnata thrash metal dei giorni nostri, fatta con i contro-fiocchi.

Finiti a questo giro sotto Indie Recordings,  con la conseguenza d’avere una “parte esteriore” più “levigata” (leggasi produzione piena e professionale), ma tirando le somme non si può non notare la consueta voglia di “avvelenare” l’ambiente che da sempre li contraddistingue. Di pari passo si noterà una certa evoluzione, i nostri rimangono si ancorati ad una pura e cristallina formula d’annata (i nomi di riferimento sono sempre quelli vanno dai Sodom ai Destruction passando per Aura Noir, Exodus e via dicendo) ma in qualche modo riescono a far percepire una lieve crescita costruttiva nel songwriting (in pratica si potrebbe arrivare ad una inusuale quanto “ipotetica” personalizzazione, in un campo che difficilmente ammette via d’uscita in tal direzione).

Ancora una volta la loro forza risiede nel colpire l’ascoltatore con velocità e brevità (il timer in questo caso si ferma a 32 minuti), Rise, Vulcan Spectre passa scheggiando come una freccia, lasciandosi dietro una scia di divertimento davvero non indifferente. Otto brani, tutti trascinanti e dai quali non si può evitare di scappare, grandioso il riffing di Cast Down To The Void, trasporto elevatissimo e il cantato veloce/fiero/alcolico a rappresentare e definire il completo trionfo di una proposta convincente. Una volta innescata la miccia non si tornerà più indietro, con Blood Wisdom siamo già completamente schiavi del Nekromantheon sound, scrivere ancora nel 2012 tali refrain nostalgici è davvero tanta roba, urlati con foga e con tempistiche perfette (con esaltazione strettamente proporzionale) non potranno che procurare ampi sorrisi luciferini. C’è pure  spazio per un vago senso epico, respirabile nello specifico nel duetto Embrace The Oracle/Coven Of The Minotaur (worship the beast!!!!). Completamente ipnotizzati dal riffing ficcante non si esce più vivi sino a quando la finale Raised By Dogs non tirerà le cuoia. Ma non pensate di poter scappare nel mezzo, perché troverete un terzetto che non le manda a dire con The Usurper Command, title track e Twelve Depths Of Hades (non ci sarà un solo secondo fuori posto o anche solo lievemente di stanca, questo dovrà essere chiaro).

Con semplicità i Nekromantheon hanno scritto un gran bel pezzo di loro storia, mezz’ora rivelatrice di sana e sferragliante esaltazione, direi che quando ci vuole, ci vuole.

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