Necrodeath – The Age Of Dead Christ

Per la prima volta la nostra piccola Webzine “offre” la modalità doppia recensione. L’occasione giusta si è manifestata in occasione di The Age Of Dead Christ, ultima fatica dei Necrodeath. […]

Per la prima volta la nostra piccola Webzine “offre” la modalità doppia recensione.
L’occasione giusta si è manifestata in occasione di The Age Of Dead Christ,
ultima fatica dei Necrodeath.

 

Undicesimo lavoro per la storica band ligure, di cui non credo ci sia il bisogno di tesserne stucchevoli lodi anche in questa sede, se non per ricordare quella che era la Voce del metal estremo per eccellenza (Ingo Veleno) e, nello stesso tempo, scomodare il signore pensando a cosa sarebbe potuto essere il malefico Fragments of Insanity se supportato da una registrazione meno approssimativa.

Dalla riunione del 1998 (di cui ricorderò per sempre un’esibizione dal vivo, tenutasi tra le mura domestiche di un’ infame bettola del lungomare lavagnese, di fronte ad un centinaio di fanatici assetati di odio e disprezzo) ne è passata di acqua sotto i ponti, ma di brani degni di una cult band se ne ricordano davvero pochi.
Passando dai Carnal Forge addicted (… forse non tutti se lo ricorderanno, ma durante quegli anni di transizione era vietato nominare i Kreator -che vedevano nel fenomenale Vetterli l’unica stella polare del movimento- come fonte di ispirazione, pena il ritiro immediato del patentino di true metal fistbanger) ma comunque sufficienti Mater of All Evil e Black As Pitch, le inconcludenti “sperimentazioni” di Draculea piuttosto che Idiosyncrasy (… spiacente, ragazzi, ma tale virtù richiede, innanzitutto, delle idee vincenti ed una tecnica strumentale degna di tale nome), senza dimenticare l’ormai obbligatorio – a fini pensionistici – album di cover; la sensazione provata è simile a quella di un fucile, anzi di una pistola, caricata a salve.

Inutile continuare a prendersi per i fondelli: la defezione di Claudio, chitarrista e cofondatore della band, persona dall’ attitudine live fredda e distaccata – per non dire quasi fastidiosa – ma tuttavia giustificata se consideriamo la mediocrità umana dell’audience metallaro, è stato un colpo dal quale i volenterosi Peso e Flegias (ozioso sarebbe nominare i vari crumiri che si sono susseguiti nella formazione fino ai giorni nostri, in quanto vanno ad incidere nelle scelte stilistiche dei Necrodeath come il due di briscola quando il fante è in tavola) non si sono più risvegliati.
The Age of Death Christ manifesta tutti i limiti di buona parte del metal del nuovo millennio: ovvero un genere ristagnante, che invece di progredire preferisce vivacchiare compiendo costantemente la danza del gambero, cercando di nascondere dietro ad una presunta patina di violenza soltanto noia e ripetitività, nella musica così come nelle liriche (ma davvero sentivamo il bisogno di ritriti riferimenti lovecraftiani e religiosi, conditi da insulse storie di stregoneria, quando viviamo in un periodo storico in cui otto paperoni possiedono la stessa ricchezza di tre miliardi di persone nel mondo?).
Riff alla Reborn con relativi raptus di velocità mascherati da assoli (Slayer), rallentamenti alla Freezing Moon (Mayhem), voci che ci sussurrano il male di vivere. Addirittura lo stesso frontman che, preso da deliri di onnipotenza, dichiara di aver iniettato il seme del Voivod in mezzo a tutta ‘sta caciara… certo, come no: sarebbe come paragonare Piero Fassino a Thomas Sankara, se solo il primo facesse la carrambata di presentarsi con tanto di basco rosso negli studi di Tagadà.

Orsù, non fatemi perdere le staffe, questa è una proposta che potrebbe creare entusiasmo giustificato nei bulletti dell’ultim’ora o poco più. Ingenui sciagurati che, tanto per dirne una, non hanno mai avuto la fortuna di ascoltare Unbound dei Merciless (piccolo gioiellino dimenticato in grado di mescolare, questo sì, rabbia e melodia, brutalità e disperazione, con un’ottima produzione). Senza però dimenticare chi siede dietro alla macchina di presa: la fantomatica Scarlet Records, etichetta oramai lontana dai fasti di qualche lustro fa (quando aveva il più totale controllo della carta stampata di settore, tanto da spacciare per pietre miliari vera e propria pattumiera senza alcuna dignità) ma che comunque, a livello di marketing, non ha nulla da invidiare agli squali del neoliberismo più becero.

50%

Alexander Il’ič Ul’janov.

 

I Necrodeath erano davvero partiti forte con il loro comeback discografico datato 1999, la band era riuscita ad infilare un tris di dischi sublimi e d’alto livello, dischi che purtroppo ho finito per rimpiangere in seguito, lungo il cammino comunque sostanzioso avuto dai nostri. I Necrodeath hanno sempre tenuto fede al loro trademark, un marchio subito riconoscibile aiutato ai “giorni nostri” dall’ingresso di Flegias in veste di lapidario frontman. Ma purtroppo dopo Ton(e)s of Hate qualcosa si è interrotto (almeno alle mie orecchie) e non tutto è venuto fuori al massimo del potenziale, ogni disco aveva i suoi buoni pezzi e altri che ne smussavano invece l’entusiasmo. Lavori come 100% Hell, Draculea, e Phylogenesis non riuscivano così a reggere i ritmi del tris partorito poco prima, mentre il più recente Idiosyncrasy peggiorava –se possibile- le cose. Fu una zampata migliore l’album 2014 The 7 Deadly Sins, disco rivelatosi sorta di “antipasto” per il ritorno ad una dimensione decisamente migliore, più rude e anche malinconica.

Come già detto i Necrodeath non hanno mai smesso di essere i Necrodeath, però a volte non basta la sola attitudine per far funzionare al meglio le cose. Il déjà-vu ci stà, soprattutto quando suoni un genere come il loro particolare thrash-black, la grande assente “dei dischi di mezzo” era però la scorrevolezza, caratteristica tornata stabilmente a casa in occasione dell’ultimo The Age of Dead Christ, disco che pare confermare l’equazione : “più semplicità = meglio per tutti”.

The Age of Dead Christ arriva, miete e se ne va via in poco tempo..quello necessario a tenere l’ascoltatore legato e bramoso di ricevere gli acuminati e sporchi riffs assassini tipici della band. I Necrodeath si fanno tentare dalla basilare ispirazione, acque dove ormai sguazzano più che bene, acque che possono accendere entusiasmi facili come quelli lasciati dalla opener The Whore of Salem (magica unione dei “soliti” arpeggi ma in salsa vincente) o dalla mia preferita –a questo giro- The Master of Mayhem (assolutamente portentoso e pungente l’attacco, poi la strofa è puro Necro- dna). Il sound  è corposo, limpido, segno che non serve ad ogni costo una produzione grezza per lanciare potenti occhiolini nei confronti di un credo legato unicamente al passato. La tracklist snocciola ancora  prelibatezze con la ciondolante The Order of Baphomet (le rullate di Peso si fanno sempre riconoscere), la particolare The Kings of Rome, The Triumph of Pain e The Crypt of Nyarlathotep (altro puntello importante del disco per quanto mi riguarda). Immancabile l’omaggio al passato con The Return of the Undead (con ospitata di AC Wild) mentre le leggende legate al paese di Triora vengono omaggiate con l’anthem The Revenge of the Witches, preambolo della conclusiva e singolare title track (inzialmente non ne scorgevo il senso, mi sembrava un modo di chiudere totalmente “sbagliato”, poi invece è cresciuta da sola).

La formazione ligure torna a far battere il cuore nel verso giusto e con la dovuta, gradita costanza. Ritorno con stile, più che piacevole e pure propenso ad una certa longevità.

67%

Duke “Selfish” Fog.

Alexander Il'ič Ul'janov

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