Necandi Homines – Da’at

Sembra essere una cocciuta ricerca di strade alternative al “solito” black metal a muovere le mani del monicker tutto italiano Necandi Homines. Il loro disco di esordio Da’at (che segue […]

Sembra essere una cocciuta ricerca di strade alternative al “solito” black metal a muovere le mani del monicker tutto italiano Necandi Homines. Il loro disco di esordio Da’at (che segue l’unico demo omonimo datato 2012) assume in tal modo contorni rituali, aridi e mai banali, pronti a fuggire da ogni forma consolidata imposta ciclicamente a chi si appresta alla formazione di nuovi percorsi di arte nera.

Sarà proprio l’inesistente forma a stupire e a rappresentare un’oscurità tangibile e subito ben incrostata sulle quiete e pazienti note. Sussiste la voglia di restare aggrappati alla corrente madre, ma c’è soprattutto una forza di volontà ben impiantata nel voler spingere nei confronti del ricercato o del per quanto possibile “diverso”.

La musica dei Necandi Homines con molta probabilità non vi stupirà alla prima frecciata (neppure alla seconda forse), e credo sia per decisione presa di scremare al contatto gli “ascoltatori di poca volontà”. I quaranta abbondanti minuti lanceranno lapilli ed esalazioni dal taglio eclettico e vissuto, frutto di un qualcosa in perenne stato di trasformazione. Da’at mantiene così un approccio cardine profondo e fermo sul quale lasciare scorrere idee occulte e dai contorni grigi, cupi e stregoneschi.

Ombre pronte ad affacciarsi e scomparire per brevi tratti a favori di rumori colmi d’inquietudine (come non iniziare menzionando la nenia spettrale Memento o la successiva The Faceless Sculpture). Il tragitto disegnato dai Necandi Homines parte senza pensare al punto di arrivo (sembra di essere finiti dentro un disco dark ambient dal taglio ovviamente diverso) e tassello dopo tassello prosegue sino all’apice finale rappresentato prima dallo sfogo depressivo di Desolation of the Ocean After the Storm e dai diciassette minuti di Through Deep Waters poi, a tratti l’unica vera concessione al volere afferrabile e “classico”.

Non cercateci etichette rafferme, non fermatevi neppure a pensare, a soppesare o a cercare di decodificare quanto di questo o quanto di quello ci sia affettivamente dentro Da’at. Spegnete le luci, eludete la tracklist e lasciate fluire la creazione e l’intuizione per un certo tipo di viaggio, per un preciso stato mentale che se ben recepito potrà dominarvi e condurvi su picchi deformi e cerimoniali.

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