Neaera – Ours Is the Storm

Sembrano nati ieri (era il 2005) e invece siamo qui a trattare il disco numero 6 in carriera. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e si sa, […]

Sembrano nati ieri (era il 2005) e invece siamo qui a trattare il disco numero 6 in carriera. Di acqua sotto i ponti ne è passata molta, e si sa, la prolificità rischia di non ripagare a volte; soprattutto quando si è incapaci di andare oltre al proprio sound base, per tanti potrà essere un problema vederli non riuscire a superare quell’asticella piazzata dai primi notevoli album, per altri ancora Ours Is the Storm sarà invece l’ennesima occasione per sfogarsi un po davanti alle proprie mura di casa. Non si mette di certo in dubbio la voglia e una violenza che è ancora ben radicata all’interno del songwriting, le clean vocals sono fieramente bandite (di avulso solo un lieve “escamotage” su Slaying the Wolf Within) e la registrazione “pulita ma confusa” getta quel pizzico di caos necessario ed appagante.

I Neaera suonano ancora la loro speciale formula di melodic death/core, un sound che stacca biglietti dal nome At The Gates e Dark Tranquillity per arrivare a toccare partiture care alle macchine da guerra connazionali Heaven Shall Burn. Anche i patiti del Pantera sound potranno essere grati a loro modo per alcuni momenti “stoppati”, attimi che faranno saltare come grilli anche più timorosi.

Le strutture restano semplici anche se qualche riffs più tecnico viene percepito di tanto in tano, il reparto vocale è rappresentato dal solito binomio scream/growl che vede il primo trionfare abbastanza nettamente (detto sinceramente avrei preferito il contrario) sul secondo.

Per quanto mi riguarda Ours Is the Storm è un passo mezzo falso, nel senso che non è totalmente da buttare ma poteva anche essere nettamente più godibile. I fissati saranno di certo contenti ed appagati per l’ennesima volta (e andrà bene così), ma io oltre un certo grado di apprezzamento non riesco a superarlo. Come base i Neaera mi garbano, mi piace la loro rabbia e il loro saper “aprire il brano” al momento giusto (come se fossero una band nata in Svezia), ma su questo disco c’è una fase centrale da rivedere, davvero poco convincente. E pensare che le prime songs facevano ben presagire, title track o la seguente Decolonize the Mind aravano il terreno al meglio invogliando l’ascolto. Ma nel proseguio si assiste a continue “battute d’arresto”, almeno sino alla traccia numero 8 che ce li riporta nuovamenre ispirati e solidi (pezzi come My Night is Starless e Through Treacherous Flames hanno ottime cose al loro interno ma non completano l’opera finendo per smarrirsi un pochino).

Si termina triturati e tagliuzzati, in balia di quelle onde ben raffigurato dalla copertina (che per inciso è davvero bella e si lascia pure ricordare), un macchinario in funzione che non conosce soste e non si ferma neppure quando si toglie la spina. Questi sono i Neaera, non cambiano gli ingredienti e non guardano in faccia nessuno, loro sono così, bisogna saper prendere o sarà meglio lasciare.

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