My Dying Bride – A Map of All Our Failures

Dal precedente For Lies I Sire ne erano successe di cose in casa My Dying Bride, di certo la formazione inglese ha saputo valorizzare il tempo “di mezzo” nel migliore […]

Dal precedente For Lies I Sire ne erano successe di cose in casa My Dying Bride, di certo la formazione inglese ha saputo valorizzare il tempo “di mezzo” nel migliore dei modi, prima con il “regalone” tanto discusso Evinta, poi con l’egregio ep The Barghest o’ Whitby. A Map of All Our Failures arrivava a cementare un periodo di grazia incredibile, forte di una sete di decadenza particolare ed apparentemente infinita.

Questa recensione è da leggersi da “fan”, visto che non posso di certo nascondere la mia devozione per la sposa morente, poiché nessun album, nemmeno “l’innominabile”, nemmeno quello apparentemente meno riuscito riesce ad andare sotto una votazione minima. E’ più forte di me, ogni volta che entro in contatto con il loro sound cado vittima di sortilegio, mai tragicità, romanticismo e decadentismo hanno trovato casa migliore se non nella musica targata My Dying Bride, oggi come ieri, diversi ma uguali, positivi oltre l’impossibilità di poter bissare i loro incredibili capolavori.

Il bello della loro carriera è che sono riusciti a mantenere un proprio stampo nonostante la parte più intensa e “tragica” sia riscontrabile ad inizio e metà carriera, poi hanno tolto un po di “nero” rimanendo però ben ancorati al proprio concept di incommensurabile bellezza. Per tanti gli ultimi dischi sono esercizi di stile e nulla più, ma non per me, io riesco ancora ad estrarre nettare prezioso come un tempo (ovviamente i primi quattro dischi restano in qualche modo speciali, superiori per fattori che vanno aldilà della “semplice musica”) e trovo le ultime fatiche validissime, costruite perfettamente ed in grado di mantenere la band in uno stato di grazia praticamente perenne. Così era per For Lies I Sire, così è per A Map of All Our Failures, due dischi che reputo complementari, come se fossero la parte bianca e quella più scura della stessa “malinconica” medaglia.

A Map of All Our Failures è però leggermente “impervio” rispetto ai diretti predecessori, questo lavoro necessita molti più ascolti per essere completamente apprezzato, sotto c’è un lavoro notevole che deve per forza di cose essere sviscerato con il giusto clima e la giusta attenzione (a volte, durante certi giorni i My Dying Bride sono proprio quello che ci vuole, ma non con questo disco secondo il mio punto di vista). Otto brani pronti a rapire, cullati dall’immortale timbro di Aaron Stainthorpe, uno dei pochi che non ti fa pensare : “questa volta ha cantato più con la voce pulita o più con il suo scream/growl“. Lui di noi fa ciò che vuole, porta la canzone dove vuole, e noi restiamo li, in qualità di spettatori increduli, a pensare come cristo faccia ogni volta ad incantare in questa maniera.

A Map of All Our Failures propone il solito goth/doom metal, diverse valevoli frecce lo animano a partire da Kneel Till Doomsday per arrivare all’unico brano considerabile come facilmente “digeribile” The Poorest Waltz. Ma al sottoscritto hanno esaltato più altre composizioni, pezzi come Like a Perpetual Funeral e Within the Presence of Absence, due titoli che attendevo ed attenderò glorificati presto o tardi dai sempre fedeli e mega-maniaci sostenitori della band.

Si registrano:
-Forte presenza delle “nenie vocali” di Aaron: Kneel Till Doomsday, The Poorest Waltz, A Tapestry Scorned (sotto certi aspetti può essere considerata come l’applicazione dello stile Evinta al loro classico songwriting), e Within the Presence of Absence (forse difficile da superare, ma ripagherà sicuramente della fatica spesa).

-Immancabile il caratteristico violino (anche se quello del periodo The Angel and The Dark River/Like Gods of the Sun rimane di una perfezione credo irripetibile) presente su Kneel Till Doomsday, The Poorest Waltz (la più breve, ma dotata di ottimi cambi direzionali), A Tapestry Scorned, title track (perfettamente spezzata in due) e Within the Presence of Absence.

– In più questo disco è bello anche per due brani un poco a se come Hail Odysseus (pachidermia epico/aggressiva) e l’ultima Abandoned As Christ (profondissima vibrazione che non fa uso di percorsi prestabiliti).

Quest’album non potrà non piacere a chi sa chi e cosa sono i My Dying Bride, se non piace credo che sotto sotto -anche se non lo vogliamo ammettere- ci sia da indagare sul perché ci siamo finiti ancora una volta sopra. Personalmente avrei messo la firma già nel lontano 1995 per averli nel 2012 ancora in tale stato di grazia. Ma per tanti, in questi tempi frenetici, più di un’ora di sposa morente significa troppa roba da digerire.

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