Motus Tenebrae – Deathrising

Una buona rivisitazione del sound che rese famosi i Paradise Lost nel periodo Icon/Draconian Times. Il quinto album dei Motus Tenebrae rende giustizia alla non poca applicazione riversata da anni […]

Una buona rivisitazione del sound che rese famosi i Paradise Lost nel periodo Icon/Draconian Times. Il quinto album dei Motus Tenebrae rende giustizia alla non poca applicazione riversata da anni sul genere, Deathrising diventa un disco “affetto da maturità” nuda, elegante e cruda, lontano dai bagliori della ribalta o dalla fastidiosa luce diurna. Gothic metal sporcato di tanto in tanto da qualche accensione “ruvida”, per il resto ci sembrerà di sentire un disco mai uscito prima cantato da Nick Holmes e composto da Greg Mackintosh.

Bisogna ammettere la validità dei brani composti dai Motus Tenebrae, ma allo stesso tempo si avverte una sorta di “stanchezza” sulla distanza, nulla di troppo compromettente, ma comunque nocivo per  quando bisogna raschiare qualche importante punticino in sede di votazione. Cose che rimangono racchiuse nelle sfere personali, sciocchezze che potranno rappresentare il nulla, o un “di più” a seconda dei casi (come è giusto e sacrosanto che sia d’altronde).

A convincere c’è la voglia di riesumare un genere, quella “messa in scena” appartenente a ben altre ere ed ormai “poco conosciuta” (incredibile a dirsi). Da questa visuale Deathrising appare come un disco super indovinato, soprattutto vista la sua abilità nel gettarci subito dove vuole lui, senza riserve alcune.

Se scacciamo per un attimo l’influenza principale ci troveremo al cospetto di brani “asciutti”, dotati del giusto ritmo e di un’ottima ed ispirata prestazione vocale (che riesce a dare un’anima precisa alla musica) accuratamente offerta da Luis McFadden. L’iniziale Our Weakness ha il compito di preparare il territorio senza apporre la minima fretta, anticipa Black Sun (una delle migliori), la sostenuta For a Change e il trasporto conferito da Faded. La title track ci porta in parte direttamente al seno dei My Dying Bride mentre sulla coda troveremo alcuni gioielli come Grace, la scandita e profonda Cherish My Pain e la seducente Desolation (la giusta “nenia” per chiudere).

Volendo cercare un “difetto” a tutti i costi lo inquadrerei nella durata di circa cinquanta minuti che avrei –con il senno del poi- “sfoltito” un pochino, giusto per tenere maggiormente concentrato, compresso un pensiero che qualche volta cerca la distrazione.

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