Morbid Angel – Kingdoms Disdained

Una cosa è certa, di questo passo non finiremo mai sto benedetto alfabeto. E intanto sono passati altri sei anni, sei anni per riprendere un’altra strada interrotta tempo addietro. Il […]

Una cosa è certa, di questo passo non finiremo mai sto benedetto alfabeto.

E intanto sono passati altri sei anni, sei anni per riprendere un’altra strada interrotta tempo addietro. Il ritorno di David Vincent aveva inizialmente entusiasmato, aveva alimentato idee di grandezza e chissà cos’altro; di possibili sgargianti ritorni ai periodi d’oro della band e relative aspettative da mangiarsi le mani. Ma la storia la sappiamo tutti, e appare ormai evidente e sotto la luce del sole il perché dello split con David Vincent avvenuto con la band dopo l’acclamato Domination. Illud Divinum Insanus era la strada che i Morbid Angel dovevano prendere dopo il 1995, una strada di cui non conoscevamo forme o fattezze e che quindi “piangevamo” continuamente nonostante i buoni dischi ricevuti. E come spesso o sempre accade i piagnistei vengono accolti prima o poi, anche se in questo caso non hanno portato a niente di buono (vedremo se il tempo darà ragione alla loro “follia”, al momento non sento ancora il bisogno di andarmi a risentire Illud Divinum Insanus, lo ricordo troppo bene); se ne sono accorti tutti (belli e brutti), tanto da portare alla decisione di riprendere oggi il percorso lasciato indietro con l’onesto operaio Steve Tucker (a sua volta compianto dopo il “disastro”). E per la seconda volta Trey Azagthoth riprende la strada ormai interrotta, e per la seconda volta finisce per compilare il fanalino di coda di tale specifica fetta. In pratica Kingdoms Disdained alza la testa rispetto allo sfortunato predecessore, ma se da una parte possiamo “stare tranquilli” e razzolare beati con il pilota automatico al nostro fianco, dall’altra non potremo far altro che sancire la parola “fine” per il maestoso monicker. Lo dico perché dopo sei anni e un ritorno al tuo sound non puoi apparire così spento e debole, quantomeno molto più debole rispetto alla tripletta partorita con Tucker dietro al microfono. Non puoi chiamarti Morbid Angel e risultare stantio (quasi moscio) suonando il “tuo” genere, il tuo stile. Ma in fondo e nonostante tutto questo Kingdoms Disdained sono riuscito ad apprezzarlo (sarà stata l’astinenza? so solo che anche qui ci vorrà del tempo), il problema è il suo scorrere a tratti anonimo, tanto da dimenticartene già mentre lo ascolti.

Una volta i tempi fra un disco e l’altro erano brevi eppure l’entusiasmo non veniva mai scalfito. Parlo di Kingdoms Disdained in maniera fredda perché tutto ciò non dovrebbe accadere dopo sei anni, non è normale, anche se il disco tenta di fare bene aldilà del suo essere un pochino “paraculo”.

Tecnicamente non si può dire niente, i brani si muovono con criterio fra rasoiate e classici rallentamenti (e qui va citata Garden of Disdain, canzone ipnotica e ispirata che si eleva con facilità su tutto il resto) ad intermittenza da me definiti a “bombardamento sbilenco”. Il punto forte del disco sta nel suo viaggiare costantemente su tempistiche imprevedibili e d’orgoglio smussate, cosa che fa venire voglia di riascoltare il tutto per capirlo meglio (sarà questa sensazione a sostenere il lato positivo dell’album).

Tucker fa il suo sporco lavoro e non delude, allo stesso modo non si può che apprezzare l’operato di Scott Fuller alla batteria che non fa altro che riprendere lo stile di chi ormai avevamo imparato a conoscere a memoria. Gli undici pezzi (prodotti “in famiglia” ai Mana Recording Studios di Rutan) si protrarranno lungo tre quarti d’ora abbondanti, fra di loro posso menzionare con onore Piles of Little Arms, la gorgogliante For No Master, From the Hand of Kings e The Fall of Idols in qualità di miei preferiti (se togliamo la traccia già menzionata). Ho trovato Azagthoth poco ispirato e propositivo in fase solista mentre per il resto è riuscito a costruire la solita baraonda punitiva (e pensare che due dei miei preferiti sono stati scritti a due mani dal duo Tucker/Fuller) in grado di metterci -quando vuole e riesce- in ginocchio.

I Morbid Angel stanno cercando di rimettersi in piedi mescolando il periodo Tucker a sentori dell’era Domination, è questo il massimo che dobbiamo aspettarci ormai da loro? Meglio crederli in pensione o sperare in una copia futura sbiadita di Kingdoms Disdained? Troppe paturnie vero?

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Summary

Silver Lining Music (2017)

Tracklist:

01. Piles of Little Arms
02. D.E.A.D.
03. Garden of Disdain
04. The Righteous Voice
05. Architect and Iconoclast
06. Paradigms Warped
07. The Pillars Crumbling
08. For No Master
09. Declaring New Law (Secret Hell)
10. From the Hand of Kings
11. The Fall of Idols

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