Misanthropic Art – Black Spring

Sadist e il suo progetto Misanthropic Art, ogni volta che avverto il profumino di una nuova uscita ho sempre come un sussulto al cuore. Credo musicalmente nei colpi di fulmine […]

Sadist e il suo progetto Misanthropic Art, ogni volta che avverto il profumino di una nuova uscita ho sempre come un sussulto al cuore. Credo musicalmente nei colpi di fulmine e quando mi capitano li coltivo assiduamente, potrei parlare in questi termini della band russa, entità che mi folgorò senza chiedere il permesso durante la conoscenza di Possessed By Bestiality. Da quel momento ogni suo brano (anche quello meno riuscito) mi ha sempre conquistato, ogni nuova canzone faceva di me (e della mia mente) ciò che voleva grazie al turbinio profuso e al caos glaciale diramato sgraziatamente ai quattro venti.

E’ bello sapere come i piani di un’artista possano non mutare di molto nell’arco del tempo, vuol dire che si è subito centrati l’anima necessaria, quello che si voleva ottenere quando la propria musica stava ancora sui taccuini mentali. Misanthropic Art è la continua ricerca di “anti-umanità” e prosegue la propria strada guardando in una sola direzione (se dovesse voltarsi indietro sono convinto farebbe un bel sorriso nel vedere la pura desolazione lasciata dietro i suoi passi), una direzione meccanica, fredda, misantropica (ma no!) e chi più ne ha più in tal direzione ne metta.

Si….questa recensione è smaccatamente di parte ed è bene saperlo, perché Black Spring è un’altra lezione su come si debba suonare black metal, su quanto e come sia possibile lasciare segni indelebili addosso. Finta apatia è quella che si trasportano addosso tanti di noi, e proprio la stessa cosa la espone il progetto Misanthropic Art, apparentemente distaccato, quasi “per le sue”, ma a conti fatti terribilmente “viscerale” e profondo. E’ un po come essere svegliati da forti frustate durante un sonno profondo, come capire di essere in qualche modo vivi, aldilà della certezza di sapere a cosa si andrà incontro.

Colate corrosive ci accolgono su Acid Rain, lo scream è lacerante e percepito dal suo autore sino all’anima, le chitarre immobilizzano l’aria circostante e lì resteremo sospesi per tutta la durata della canzone (moltiplicate l’equazione per cinque per gli effetti terapeutici), accompagnati da flebili tastiere così ben inserite che quasi se ne avverte volontà di maggior urgenza. I Misanthropic Art sono statici, le loro canzoni poggiano su pochi riff, ripetuti e manipolati come un flusso magico, la tensione cresce e si mantiene salda su se stessa (sono una delle poche formazioni dove basta ascoltare un singolo pezzo per capire se faranno per noi o meno), per nulla scalfita dalle pause tra un brano e l’altro. Chitarre oscure e diaboliche penetreranno le viscere inesorabilmente durante l’ascolto di una Deadly Existing a suo modo epica (come toccare vette in continua tensione). Contorni introspettivo/confusi per la sofferta To The Stars dove si dilata il tutto senza modificare l’asprezza globale, diciamo che il brano funge come “ampio respiro” prima di un finale in grado di togliere anche la più piccola componente d’aria. Prima ci pensa la bestiale I Despise ma sarà solo con la finale title track che la missione si compirà con lode, i Misanthropic Art fanno sempre molta attenzione al modo di concludere un disco e anche in questo caso non deludono le aspettative, piazzando momenti scorticanti e dannatamente sublimi, ben poco intenzionati a trovare una via d’uscita per poter proseguire invece sul beato infinito.

Non lasciate godere da solo il popolo russo, ascoltate i Misanthropic Art e fatevi la vostra porzione mista di male/bene, in qualche strano modo il mondo vi sembrerà un pochino migliore dopo.

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