Marduk – Frontschwein

I Marduk non fanno mai sibilare il silenzio troppo a lungo fra un full-lenght e un altro, imporre la propria presenza sembra un atto più che dovuto, così a distanza […]

I Marduk non fanno mai sibilare il silenzio troppo a lungo fra un full-lenght e un altro, imporre la propria presenza sembra un atto più che dovuto, così a distanza di tre anni sono pronti all’ennesimo ritorno in trincea, un ritorno battagliero e impenetrabile come loro consuetudine, un bel sorso “d’annata” sotto certi punti di vista. Con il plotone dei nostalgici dalla propria parte i maestri svedesi sferrano l’ennesimo attacco guerrafondaio, Frontschwein appare perfettamente bilanciato fra sangue e sudore, l’ulteriore manifestazione delle loro capacità, quelle di poter sguazzare nel proprio territorio a piacimento, con l’arma dell’impatto a dominare, mai stantia, mai veramente fine a se stessa. Con questo disco la formazione decide di tornare a ricalcare alcuni passi già espressi in passato (in totale sicurezza, quasi con il pilota automatico inserito), ma la manovra non diventa -come forse in tanti si potevano aspettare- sterile, anzi è in grado di auto-alimentarsi, arrivando a toccare picchi decisamente alti, anche per una band come loro, che ha sempre fatto dell’intransigenza il proprio altisonante “motto”. Aspettatevi i Marduk, ma non quelli degli ultimi dischi, questi Marduk si divertono a suonare una sorta di tributo al periodo della loro discografia che va dal 1998 al 2003, ma lo fanno con addosso una solida sicurezza che prima poteva magari loro mancare. Saranno pure cambiati diversi uomini nell’equipaggio, ma l’ingombrante presenza di Morgan Håkansson è ancora lì a dettare legge (e riffs), accompagnata da tempo dall’ormai fido Mortuus, il malefico singer a questo giro ci fa sentire quanto classica può risultare la sua voce (…into pandemonium…), e quanto black metal essa può contenere.

La title track è posta ad aprire, puramente vomitata con chitarre e strofe assolutamente trascinanti. Con The Blond Beast ho vissuto una sorta di “magone da Opus Nocturne“, il che è tutto dire, perché le sensazioni ci sono (così come quelle persistenti alla Nightwing o Panzer Division Marduk) ma sono attualizzate agli intenti odierni, intenti maturati con il lavoro di anni e anni. Certo la “novità” non è una parola che andremo a respirare, ma diciamocelo pure chiaramente, non siamo mica qui oggi ad ascoltare i Marduk se ce l’aspettassimo. Afrika e Wartheland ripropongono la formula del “prima pezzo spedito-poi quello lento“, la prima è un lampo fugace capace di tormentare adeguatamente attraverso un spinoso riffing e l’urlo liberatorio da titolo (provate a togliervelo dal cranio, mi tocca ripetere il termine “tormento”), la seconda è un mid tempo bello tosto e cinereo (come in-come in) . Rope of Regret tagliuzza nuovamente per bene ma di meglio fa la seguente Between the Wolf-Packs, canzone capace di lasciare più tracce di se (lo sprazzo melodico scava, eccome se scava). Il “lato b” ci pone davanti a monumenti sonori come la lentissima Nebelwerfer, Doomsday Elite e 503 (proprio come su Nightwing) e scudisciate al fulmicotone recanti i nomi di Falaise: Cauldron of Blood (con quel riffing che chiama il male come da loro tipico caseificio) e l’irrefrenabile Thousand-Fold Death (che personalmente mi ha fatto uscire altamente fuori di cabeza) sulla quale i nostri danno davvero tutto quello che c’è da dare.

Lecito aspettarsi di più da un disco dei Marduk oggi? Non credo proprio, soprattutto visti gli intenti retrò chiaramente intrapresi (due passi indietro e uno in avanti, lo potremo riepilogare così) Frontschwein getta lampi seppur a corrente alternata, ma durante la loro assenza non avvertiremo mai quei momenti di stanca tipici (o giri a vuoto, definiteli come volete), questo nonostante l’album arrivi a durare anche abbastanza con i suoi 52 minuti. Un disco certamente riuscito e completo, ma diffidate da chi tenterà di spacciarvelo come l’assoluto masterpiece che magari attendevate. Ci sono mestiere, violenza e male sempre ficcante, ben fatto Marduk, ancora una volta.

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