Lydia’s Gemstone – The New Melancholy

Gli austriaci Lydia’s Gemstone mi impressionarono con il loro dark gothic/rock vagamente metallico, era questo quello che si evinceva ascoltando il loro godibilissimo esordio intitolato The New Melancholy. Il disco […]

Gli austriaci Lydia’s Gemstone mi impressionarono con il loro dark gothic/rock vagamente metallico, era questo quello che si evinceva ascoltando il loro godibilissimo esordio intitolato The New Melancholy.

Il disco è accattivante ed appaga in ognuno degli otto passaggi messi in scena, il sound pesca a piene mani nel solito “dark sound confortevole” mantenendo però caratteristiche un poco più aspre rispetto alla normalità. Il sentimento c’è ma non è servito con troppi cucchiaini di zucchero, così come contrasto alla comunque presente eleganza troveremo possenti chitarre oscure e un cantato sofferto ma grintoso.

Per farsi un idea di come suonino i Lydia’s Gemstone bisogna pensare a formazioni come The Sisters Of Mercy, The House Of Usher, The 69 Eyes, Scream Silence e i Tiamat più commerciali. Le composizioni sono suadenti e raffinate, vivono su costanti saliscendi emotivi, posti dove i ritornelli (come era auspicabile) arrivano a ritagliarsi con forza la parte di assoluti protagonisti.
La voce profonda e “roca” del cantante Markus Keimel non rappresenterà  di certo l’effige della tecnica, ma di sicuro riuscirà ad imprimere un proprio e sentito odore al prodotto, personalizzandolo meticolosamente a dovere.

La doppietta iniziale formata da The Lunar Threnody e PanDEMONium ci immerge subito e in maniera completa nel raggio d’azione della formazione austriaca. Il primo brano è la classica hit con ritornello super-facile, la seconda agisce con armi più oscure, da “dannazione” sicura. Una volta creata la scia d’entusiasmo sarà facilissimo bersi il resto dell’album (che trova la propria morte abbastanza presto, dura appena 33 minuti), a partire dalla terza in scaletta Karmagaddon (in grado di unire magistralmente le peculiarità delle prime due) passando per l’inusualmente lunga The Gemstone Anthem (sono quasi tentato di ergerla come brano migliore dell’opera), la noia gira fortunatamente sempre alla larga, e anche quando un calo (che di solito si manifesta in questo tipo di debut) era auspicabile i nostri se ne escono fuori con brani “vivi” e ricchi di creatività.
Noir diventerà presto un altro brano imprescindibile (e sinuoso, grazie al duplice uso di sample e tastiere) così come la breve sofferenza di Interitus. Ma anche a termine album i nostri dimostrano di avere validi ritornelli da sparare prontamente, la rockeggiante Supersonic (Apaerophobia) e l’elegante Black Oak Wood stanno proprio lì a dimostrarlo.

Fu un bel modo di presentarsi il loro, The New Melancholy saprà tenere la giusta compagnia alle passionali creature della notte, quelle affette da “nostalgia cronica”.

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