Lilyum – Altar of Fear

La carriera dei Lilyum prosegue con una nuova freccia (la settima) da scagliare in beata sospensione contro l’umanità, si gioca a favore dello spirito misantropico del black metal e tanto […]

La carriera dei Lilyum prosegue con una nuova freccia (la settima) da scagliare in beata sospensione contro l’umanità, si gioca a favore dello spirito misantropico del black metal e tanto ci basta sapere. Altar of Fear gioca con sentimenti carnali e in modalità totalmente schietta. L’impatto domina, vuole rendersi asettico da una parte cercando distanze e quant’altro, ma pretende infine la vicinanza di chi potrà subire il fascino ed entrare in subbuglio con note pungenti e disumanamente scorticanti.
E’ un velo di apatia apparente che nasconde invero tenacia e voglia d’espandere un concetto di sentimento interiore che se si riesce ad afferrare finirà per essere condiviso.

Alkahest è l’attacco classico, l’ingresso violento, lineare e aggressivo dentro un disco che saprà compiere durante la sua gestazione giri ben più ampi e contorti. Le ritmiche di To Dream Beneath Plains of White Ash catturano nel mezzo di una perenne battaglia fra violenza e melodia (e ne uscirà di bella e terribilmente ispirata) prima di una The Watchers’ Departure in grado di prendersi tempo, spazio e pure qualche attimo di controllata epicità (un crescendo sul quale riporre rigorosa attenzione non c’è dubbio). Le armi dei Lilyum vengono sottolineate ulteriormente da una Voices From the Fire in grado prima di martellare per poi inchiodare in successione con spaccati d’alta melodia. Le chitarre sospingono nel creare una loro corrente sempre più distintiva, un disegno schiacciante ma oculato, dove il cantato di Lord J.H. Psycho troverà libertà di sfogo e interpretazione (ho davvero apprezzato la sua prova fatta di metriche trascinanti e ripetuti ascolti le rendono ancor più giustizia).

La tracklist si mantiene costantemente su livelli importanti, appare quadrata, così quadrata che mi riesce difficile scegliere o estrapolare le classiche “canzoni migliori” di facciata. Si meritano dunque tutte citazione, a partire dall’esplicita Tomorrows Worth Erasing passando per l’inumana Stain of Salvation (mi ha ricordato all’istante un monicker bello nascosto e da me adorato come quello dei Misanthropic Art) per finire in bellezza sulle note della mefitica, lunga e diabolica Siege the Solar Towers (nient’altro che spunzoni pronti a sbarrare le poche vie di fuga che “forse” potevamo immaginare).

Altar of Fear lascia emergere una strana forma di confusione controllata, riesce ad importi il classicismo del black metal per avvicinarlo -o associarlo- in seguito a viandanti sensazioni industriali (date in primis dalla produzione, non troverete alcuna innovazione o strumenti che esulino dal tipico contesto). E’ un disco con un suo peso, un bel macigno che farà la gioia di chi ama rivestirsi con suoni freddi ma spessi come corazze. Sette brani che rinvigoriscono il genere dalle radici.

About Duke "Selfish" Fog