Krysantemia – Finis Dierum

Su Finis Dierum è stata completata la missione più importante, quella di scacciare lo spettro della noia e la possibile-tragica conseguenza di scarsa longevità (con gli aspetti del divertimento strettamente […]

Su Finis Dierum è stata completata la missione più importante, quella di scacciare lo spettro della noia e la possibile-tragica conseguenza di scarsa longevità (con gli aspetti del divertimento strettamente collegati). Il secondo full-lenght dei Krysantemia grazie al fulmineo impatto (nato nei New Sin Studio) riesce nel compito di non procurare alcun grattacapo, poi in seconda battuta appare anche piuttosto vincente durante la sua abbondante mezz’ora di vita.

Quando ti proponi di suonare un genere a cavallo fra il groove-thrash (lato nettamente preponderante) e il death metal melodico devi stare attento perché devi riuscire a dare idea di ciò che stai facendo, troppo facile cadere “vittime” di minestroni sonori senza capo ne coda, mischi un po di questo con un po di quello, ed eccoti dell’implacabile confusione servita su un piatto già critico, o barcollante al punto di partenza. I Krysantemia riescono per fortuna ad evitarsi tutto ciò (anche grazie ad un songwriting sempre convincente per quanto concerne la “concretezza”), certo non compongono chissà quale immane capolavoro, ma i loro sforzi e le loro attenzioni vengono subito percepite al millimetro, senza il beneficio del dubbio.

Finis Dierum è un disco che trasmette solidità (“spiazzante” solo sulla carta, ovvero quando bisogna prendersi la briga di inserirlo forzatamente dentro un preciso genere) ed appare subito ben inquadrato nel suo svolgimento, da sempre l’idea di sapere dove e come colpire, in tutto questo la testa ne prende atto, ondeggia, apprezza e ringrazia. Nemmeno l’abbondante uso di melodia appare lontanamente inopportuno, l’album non subisce mai evidenti scossoni (non arrivi mai a chiederti: “cosa diamine sta succedendo?“), anzi quasi si ciba avidamente di queste “intrusioni” sempre indovinate ed inserite nei punti giusti (alla fine non ti poni il problema di quanto sia presente una caratteristica piuttosto di un’altra, continui e raccatti, “accetti” tutto senza porti fastidiosi problemi).

11 i pezzi in tracklist, tutti snelli, rapidi (non si “arrampicano” mai, questo è sicuramente un altro lato positivo) e ben pestati, l’opener In Corpus Diaboli ha giusto il compito di trascinarci sotto i primi poderosi colpi di accetta, rinverditi con puntualità e marcata melodia dalla title track. Not Alone ci depone in mano le chiavi dei loro diversi aspetti, groove e accelerazioni, cantato graffiante alternato al refrain “pulito”. Incarnation chiude, stampa e suggella con lentezza la prima parte del cd, la seconda sarà se possibile ancora meglio grazie a brani come la ficcante Shadows of Fault (ottimo il ritornello “doppiato”), il traino di Try to Get Lost (qui la migliore quanto “mutevole” prestazione canora) o il tiro di Six Feet Away, dotata dell’ennesimo ed interessante refrain.

Semplici ed efficaci, non ti “impegnano” ma ti “prendono” (a tratti sembrano emergere sfumature alla Pantera/Metallica con predisposizioni spiccatamente “maligne”), te ne rendi conto quando la voglia di riascoltare Finis Dierum ti rimane stampata addosso, sgravata dalla presenza di quei -magari abitudinari- fattori secondari negativi, sempre lesti nel volteggiare anche su ciò che più ci piace. Ottimo “restart” a tre anni di distanza da Lay Down Forever, loro primo album.

About Duke "Selfish" Fog