Katatonia – The Fall of Hearts

Probabilmente è presto, poiché non c’è mai un “tempo preciso” per metabolizzare un lavoro firmato Katatonia. Figurati poi quelli di oggi, nello specifico questi, quelli di The Fall of Hearts […]

Probabilmente è presto, poiché non c’è mai un “tempo preciso” per metabolizzare un lavoro firmato Katatonia. Figurati poi quelli di oggi, nello specifico questi, quelli di The Fall of Hearts e delle sue dodici canzoni in quasi un’ora e dieci minuti di durata (qualcosa che ti dice: “o li ami oppure razzoli altrove“).

Essere entusiasti ma sapere che il meglio dovrà ancora arrivare, chissà quando, aspettando chissà quali specifiche giornate. Non fanno di certo più notizia i Katatonia, The Fall of Hearts rappresenta da una parte puro “sbigottimento” mentre dall’altra -a mente fredda- ti lascia chiari indizi sulla loro parabola, una traiettoria lasciata partire da tempo immemore e che giunge qui (forse) al suo primo angolo di reale svolta. Sarà per davvero così? Questa sarà storia per il futuro, al momento concentriamoci sulla sbornia preparataci a questo giro, un disco “monumentale”, pronto a sventolare la bandiera Katatonia in tutta la sua oscura-elegante-brillantezza.

The Fall of Hearts è il disco in assoluto “più suonato”, più “lasciato andare” della loro discografia. Scorre ed ingarbuglia, figlio di una preparazione specifica, sentita, magica espressione di purezza mista alle solite sensazioni malinconiche che da sempre fanno parte del loro dna. Crescono i Katatonia, o meglio, non smettono più di crescere, cresce l’attenzione per il songwriting (bisogna fare strada con loro e abituarsi al “soffuso” che aumenta) e cresce la passione, la disillusione di Renske dietro al microfono, autentico incantatore di folle disposte a lasciarsi trascinare nel suo tetro mondo.

Il primo pensiero che era passato per la testa durante le prime due meravigliose anteprime (Old Heart Falls e Serein, non a caso messe opportunamente in partenza, quasi a “facilitare” i giochi) era “sono sempre loro ma qualcosa sta cambiando”, così anche dopo diversi ascolti dell’album nella sua interezza mi sono sentito di sposare appieno tale “sensazione”. The Fall of Hearts rappresenta un azzardo bello e buono, te lo sta a dire la passione con la quale è stato suonato, quella “calma serafica” che lo contraddistingue in ogni passaggio.

A confronto Dead End Kings era un disco semplice, o meglio The Fall of Hearts risulta alla distanza ancora più soft, ma tale “leggerezza” non viene affatto percepita, questo grazie allo studio ancor meglio accurato di strutture meno invadenti e immediate. Restano comunque “cose” che affronteremo con noi stessi, perché è giusto preferire questo o quello. A tal proposito mi si apre un bel dilemma a riguardo, se in modo “immaginario” pongo gli ultimi due lavori Katatonia sullo stesso livello mi vedo al contempo costretto ad evidenziare quanto The Fall of Hearts valga infine di più, un valore di spicco, un nuova silenziosa punta di un iceberg della loro discografia (una punta che si faceva attendere da un po’).

Inutile (o no?) lanciarsi in “corsi descrittivi” sulle canzoni. Le due canzoni citate in precedenza sono l’ideale passaggio fra il percorso lasciato nel disco precedente e quello che troveremo abbondantemente qui dentro. Che poi sia l’affresco iniziale Takeover (quanto è bella, e quanto tardi lo capisci, diamine!), la lacrimevole Decima, l’ammaliante The Night Subscriber o Passer poco importa, stare a citare queste piuttosto di altre mi appare sempre più sbagliato al solo “pensarlo”, ascoltare per credere, mollare invece se non si hanno voglia ne tempo, perché The Fall of Hearts riuscirà nell’impresa di non farvi vedere una fine che vi troverete a sperare realmente precoce.

Agrodolci sapori notturni.

“I hear the sound
Of another day in this vanishing life
Returned to dust”.

About Duke "Selfish" Fog