Kampfar – Profan

A ben vedere, picchi più bassi se confrontati al rispettabilissimo predecessore, ma risultati globali migliori, strano a dirsi, ma possibile quando ci si muove dentro l’arte magica manipolata dai norvegesi […]

A ben vedere, picchi più bassi se confrontati al rispettabilissimo predecessore, ma risultati globali migliori, strano a dirsi, ma possibile quando ci si muove dentro l’arte magica manipolata dai norvegesi Kampfar. Ormai li conosciamo bene, abbiamo imparato ad amarli sia per il “prima” che per il “dopo”, tanto che ormai sono diventati una piacevole ricorrenza e non più “l’evento” che potevano ancora rappresentare sino a non molto tempo fa. La formazione guidata da Dolk ha decisamente ingranato, facendosi carico di innumerevoli aspettative nei confronti del loro particolare black metal, tanto classico quanto viscerale e a suo modo immediatamente riconoscibile. Il meccanismo è facile da comprendere: “tanto più decidi d’esporti, e più il tuo ascoltatore diventerà viziato e difficile”. Potrei dire di essere finito in parte dentro questo trabocchetto con Heimgang prima e Mare poi, a “folate” impercettibili se vogliamo ma pur sempre esistenti, però ogni volta lo spessore dei Kampfar è riuscito a lottare per venirne positivamente fuori, ha tenuto salde le redini sino al trionfale Djevelmakt (ora i miei occhi lo vedono come l’ideale apripista di Profan, altri invece lo riterranno sicuramente migliore rispetto a questo – e se vogliamo più timido- nuovo pargoletto).

Profan scorre dannatamente fluido, così liscio da confortare , come se fosse un qualche sostanza curativa. Possiamo stare a disquisire sul fatto che “faccia forse troppo poco male”, di una ricerca che lo porta a spostare spesso lo sguardo altrove (forse unica reale “differenza” per la loro dimensione, l’azione è chiaramente la stessa, ma i risultati emotivi s’intrufolano in ambienti un pochino inusuali), a giocare alcune perfide partite su campi “dilatati” ma dai risultati “anthemici” assicurati. Il disco acquista punti di forza ad ogni nuova tappa, l’appetito non accenna a diminuire e si riscontra perfino una lucida varietà nelle composizioni (diciamo che non ci saranno confusioni nel materializzare determinate sensazioni scorrendo i vari titoli). Reputo vincente la scelta di “stringere” a sette i pezzi, per una durata complessiva di quaranta minuti, il disco apparirà difatti bello compatto e con l’unica e chiara intenzione di trasportarci anima e corpo sino alla sua ultima e bellissima esalazione.

Gloria Ablaze irrompe tingendo l’aria con colori caldi ed avvolgenti (con quel riffing che stringe e seduce), un’apertura capace di colpire e rallentare, perfetto specchio di dove andremo ad inabissarci da li a poco. Proprio a partire dalla poco amichevole Profanum, pezzo aspro e coriaceo, che ci fa capire quanto i Kampfar siano visceralmente incollati al genere d’appartenenza. La forza di Profan potremo spiegarla già qui, dopo appena due canzoni, “profilo basso” e qualità riposta con accortezza sopra ogni cosa, una qualità capace di cercarsi le sue opportunità altrove, non per forza nell’impatto o nella parola “capolavoro”. Sulla terza Icons esce fuori tutta l’abilità abrasiva di Dolk, con spennellate e rasoiate a guarnire con puntualità ogni variazione. Di seguito troveremo Skavank, traccia più lunga (posta non a caso nel cuore del disco), “carnivora” e sinuosa del lotto, portatrice di un finale intensissimo, la canzone ha pure il compito di lanciare una coda a dir poco entusiasmante. In principio ci sarà Daimon, classica dimostrazione della superiorità e del feeling compositivo tipico norvegese (poco da dire, tanto da sentire), a seguire troviamo la prima ferale poi trascinante ed infine “evanescente” Pole in the Ground prima di terminare le pratiche con il sibilante capolavoro dal nome Tornekratt (da restare pietrificati all’istante).

La prima cosa che noteremo sarà certamente la copertina, ennesima meraviglia estrapolata dai cataloghi dell’artista polacco Zdzisław Beksiński, da ammirare e custodire gelosamente come una preziosa reliquia. L’immersione comincia a lavorare già da li, inutile stare a nasconderlo.

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