Kampfar – Mare

Il voto sufficiente non deve trarvi in inganno. Mare, quinto disco del caseificio Kampfar è tutt’altro che brutto, e ascoltarlo procura quell’insano piacere che solo l’antico e mistico black metal […]

Il voto sufficiente non deve trarvi in inganno. Mare, quinto disco del caseificio Kampfar è tutt’altro che brutto, e ascoltarlo procura quell’insano piacere che solo l’antico e mistico black metal è in grado di produrre. I Kampfar sono comunque maestri indiscussi, il gruppo di Dolk nonostante il normale cedimento avvenuto dopo i molti anni di ibernazione (durata dal 1999 al 2006, anno del fatidico ritorno con l’ottimo Kvass) è sempre fortemente personale, fornitore di un preciso sentimento che solo in pochi riescono a trasmettere (soprattutto la volta passati determinati anni). Insomma il valore c’è e non è nemmeno poco, il feeling e l’atmosfera oscura non mancano di certo, le uniche incertezze sono da imputare a  qualche canzone “spenta” di troppo  (attenzione, non brutta, ma solamente spenta) e dalla mancanza  di una costante e vivida magia, quella che una volta aleggiava imponente su capolavori come Mellom Skogkledde Aaser e Fra Underverdenen. Si può dire che Mare semplifica ulteriormente il loro classico timbro e lo rende più diretto, sta poi ad ogni singolo individuo valutare quanto questa cosa sia buona per lui o meno.

Le canzoni di valore non mancano mai, su tutte basterebbe citare la title track con il suo incedere, o la successiva Ildstemmer e ancora l’epica coralità di Bergtatt (non sarà da sottovalutare nemmeno la breve e ultima Altergang). Purtroppo bisogna fare i conti anche con pezzi “di mestiere” (che poi di mestiere lo sono tutti, questi però sono venuti un pochino peggio) come ad esempio Volvevers, Blitzwicht e Nattgang, brani che non affossano completamente l’opera ma finiscono per “limitarla”, bloccando il possibile e definitivo decollo (a maggior ragione quando ti porti dietro un tale ed ingombrante monicker).
Se la produzione pulita e vibrante da una parte non aiuta (viene a mancare l’atmosfera e il pathos, in più di una occasione ne ho sentito la mancanza), dall’altra aumenta vistosamente la potenza di composizioni in grado di catturare l’ascoltatore con facilità (e qui una lancia in favore del gruppo va spezzata perché non è poi così tanto facile unire questa immediatezza “di razza” senza apparire esageratamente scontati, o comunque vogliosi di ampliare considerevolmente il proprio pubblico). Se dei Kampfar vi è sempre piaciuto lo spirito pagano non dovrete temere alcun male, i nostri mantengono con forza i loro tipici tratti “mistico/epico/trolleschi” anche grazie alla ormai non più sorprendente prestazione vocale di Dolk (le sue interpretazioni colpiscono sempre alla distanza, uno dei migliori interpreti in circolazione senza alcun dubbio), la sua voce ruggisce e sferra bramosi attacchi prima di confortare, ma soprattutto è in grado di portare all’appagamento, un qualcosa capace di insaporire (l’unico rammarico è l’uso di qualche lirica inglese di troppo, perché il cantato in norvegese di Dolk vale sempre e comunque il prezzo della fatica).

C’è chi impazzirà (come non dargli torto, anche se qualche riserva mi resterà) per Mare, a volte penso di penalizzarlo sempre troppo, sicuramente più del dovuto (diciamo che se lo avesse stampato un gruppo all’esordio il voto sarebbe stato sicuramente più alto), perché comunque arrivo ad ascoltarlo con voglia e immutato piacere. Per porre fine a tutti questi discorsi “contorti” mi basta ascoltare in completa pace la catalizzante Ildstemmer o il “classico” Bergtatt (fra l’altro riproposta ancora meglio nella versione bonus). Gli oscuri abitanti delle fredde montagne sono pronti a scendere a valle per rapire i malcapitati per l’ennesima volta, e io -nonostante tutto- mi assicuro i posti in prima fila.

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