Kadaverdisciplin – Death Supremacy

Death Supremacy è il tipico disco sul quale puoi scommettere la terra di provenienza già dopo pochi succosi frangenti. E’ la Svezia che ti aspetti ma anche quella che non […]

Death Supremacy è il tipico disco sul quale puoi scommettere la terra di provenienza già dopo pochi succosi frangenti. E’ la Svezia che ti aspetti ma anche quella che non ti aspetti al medesimo tempo. Ma vi spiego subito tale strana quanto piacevole sensazione. Se da una parte nulla di ciò che andrete a sentire vi apparirà come una “novità assoluta”, dall’altro vi renderete presto conto di vivere attimi di continua eccitazione in scia alla straordinaria qualità del black metal messo in azione, il che fa sempre notizia se pensiamo all’anno in cui ci troviamo attualmente ubicati.

I Kadaverdisciplin sono una macchina da guerra, una macchina implacabile pronta a sottoporsi a continue ed intense accelerazioni senza dimenticare a casa l’importanza del “fattore melodia” e di quanto questa possa essere determinante ai fini del successo di un disco dalle caratteristiche smaccatamente violente.
Death Supremacy funge da rapida discesa in luoghi ben conosciuti e ripetuti a memoria, impostati a suo tempo da gente creativamente “non comune” come Dissection, Dark Funeral, Naglfar, Marduk, Watain e In Battle. I Kadaverdisciplin spingono per 51 minuti senza mai cedere (missione ardua, molto ardua quando proponi ben 12 canzoni così piene), ribadiscono e manifestano un credo aspro, arido e freddo che dimostrano con i fatti di possedere innatamente nel dna. Non ci sono scuse che tengano per non sfruttare la possibilità di finire “falciati” dalle loro note se la Svezia in passato (ma anche successivamente) ha significato qualcosa di importante per noi.

La title track apre le danze ed è subito omaggio al ricordo, per emozionare e spazzare via déjà vu mai così carichi ma ben accolti al contempo. L’onda di impatto è di quelle forti e si spargerà come un’infezione, a macchia d’olio lungo ogni breccia lasciata aperta dall’impeccabile tracklist. Se andate a nozze con i gruppi sopra menzionati non avrete di che temere, ne uscirete ubriachi, maciullati, eccitati come veri mufloni mentre per gli altri resterà solo l’oscuro e poco emotivo dispiacere.

Cercare di esprimere a dovere la qualità espressa dai Kadaverdisciplin non renderebbe idea del loro lavoro, bisogna ascoltare per credere, finire aggrappati alle varie The White Death, Longing for Winter (frustate, ma anche aperture) e Mother of Defeat. Insomma, giungere alla quarta canzone con bene in testa l’entità della portata vale più di tante vane e ricercate parole. E poi via, prima con un bel respiro sulle toccanti note di Frozen Meadows e poi sul ritorno al classico con Cyanide Finale; ogni traccia sarà pronta ad emanare il suo importante contributo, anche la strumentale Död Och Förödelse assumerà connotati nevralgici per introdurci ad un seconda parte vorticosa, inaugurata dalla “gloriosa mietitura” di Landscapes of Burning Limbs. La rimanenza? C’è ancora spazio per il fluido assalto di One Hundred Days, per la solida Ripping Wound e il rilascio “abboccato” di Leading Them -Through the Pearly Gates- (per la quale vi sfido a non pensare ai famosi pezzi lenti alla Marduk) prima di affidare la pratica conclusiva all’ipnotica Feeding the Flies.

E quando l’album finisce non puoi che pensare alla rediviva Hammerheart Records e al fatto di come certe cose non siano mai frutto del caso. Preparate un posto d’onore per Death Supremacy, le vostre classifiche di fine anno senza saperlo lo stanno già attendendo.

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