Jungle Rot – Terror Regime

Recensione nata con la stramba ma dovuta collaborazione di A.R. sotto-forma di significative “imbeccate ben piazzate“, assist che non potevano vietarsi la nascita visto il divertimento, e i ricordi procurati […]

Recensione nata con la stramba ma dovuta collaborazione di A.R. sotto-forma di significative “imbeccate ben piazzate“, assist che non potevano vietarsi la nascita visto il divertimento, e i ricordi procurati da certi momenti di questo Terror Regime.

L’ottava “covata” in casa Jungle Rot significa anche la solita irriverenza, solito divertimento, e pazienza se i fasti del passato sono oggettivamente irraggiungibili. Gli americani si divertono ancora a sbriciolare strumenti e quant’altro, Terror Regime non fa altro che confermarlo a tutti i possibili venti. Impostazione thrash metal del tempo che fu e violenza pronta a scendere in battaglia in qualsiasi momento, questa la ricetta ritmica e poderosa che troveremo. Come unire Nuclear Assault ed Exodus con certo “granito” britannico di gente come Bolt Thrower e Benediction (di ultima maniera) o dischi come Warrior e Victory, dal pedigree nordico degli Unleashed. Non si registrano brani esagerati ed eclatanti, pezzi da mettere in teca diciamo, però l’insieme riesce ad essere convincente grazie al trasporto ritmico e alla personale prestazione vocale del sempre verde Dave Matrise (qui cozziamo un poco con il giudizio del collega A.R.), lui cerca sempre di metterci del suo per riuscire a spiccare e primeggiare assieme a quelle chitarre pungenti, anche a questo giro non si potrà far altro che apprezzare lo sforzo intrapreso. Se prendiamo i pezzi singolarmente non c’è che dire, sono belli e tutto, ma l’album ascoltato interamente potrebbe esasperare un poco, anche chi ama la vecchia scuola è avvisato. Infine citando l’amico: “Più che da ascolto solitario in camera, sono molto più adatti da spararsi in compagnia, magari dentro una fiat uno bianca“.

La produzione è pulita ed efficace, priva di sbavature, non si concede spazio alle interpretazioni e proprio per questo si potrebbe togliere un po di gusto a più di qualcuno (potrebbe essere l’ago della bilancia per tanti, il punto decisivo e definitivo di un giudizio che potrebbe crescere così come “bloccarsi”).

Trentacinque minuti dove spiccano canzoni come la “thrashy”  title track, I Am Hatred, Blind Devotion, la pestata Rage Through the Wasteland, l’omaggio ai D.R.I. con I Don’t Need Society (emozioni che fioccano) e la tellurica Pronounced Dead. Il voto pensiamo non possa scendere sotto il sessanta o andare oltre il settanta, ora fate pure i vostri conti. Ma non dimenticate che Jungle Rot rimane comunque sinonimo di puro divertimento, aldilà delle varie e mutevoli circostanze. Lasciate pure avanzare il carro armato di copertina, penserà lui a fare il lavoro sporco.

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