Interment – Into the Crypts of Blasphemy

Nel 2009 era stato The Horror dei Tribulation ad appagare la mia sete di classico death metal svedese, l’anno dopo ci hanno invece pensato gli Interment, sempre per mezzo della […]

Nel 2009 era stato The Horror dei Tribulation ad appagare la mia sete di classico death metal svedese, l’anno dopo ci hanno invece pensato gli Interment, sempre per mezzo della mitica Pulverised Records (sempre sul pezzo quando c’è da evocare qualcosa di svedese). Con Into the Crypts of Blasphemy la band arriva dunque al debutto ufficiale, ma non si tratta ne di una band di perfetti sconosciuti, ne un entità nata poche ore prima di entrare in studio di registrazione. Se andiamo a buttare un occhio alla loro discografia scopriremo di come i primi demo risalgano addirittura ai primissimi anni ’90. I loschi figuri operanti non sono altro che i Centinex nelle persone di Johan Jansson e Martin Schulman, accompagnati dal loro ex drummer Kennet Englund e dal chitarrista John Forsberg. I nostri hanno contribuito all’accrescimento della scena svedese anche con Demonical, Regurgitate, Dellamorte e Moondark. Si respira esperienza a pieni polmoni su tutto Into the Crypts of Blasphemy, canzoni certamente semplici e dirette, ma suonate da persone che sanno dove muoversi e come colpire.

La bellezza di questo debutto sta tutta quanta nella sua immediatezza e nel suo essere fottuttamente “old” nelle viscere, al contempo però i nostri riescono ad esprimere una freschezza contemporanea da non sottovalutare. Le chitarre sono come caricate a pallettoni ma hanno anche quel tipico sound marcio che lo stile richiede. Nove canzoni, nove pugni in faccia in ripetizione automatica (capacità di “snellimento” molto elevata), pregne di quella melodia malsana e opprimente che ti porta sempre e comunque ad esclamare “questo è il puro death metal!“.
Se amate in modo incondizionato l’operato di Entombed e Dismember e ascoltate ancora con nostalgia i lavori di Nihilist, Nirvana 2002, Grave o i meno considerati Lobotomy, potrete dire di aver trovato allora un’altra preziosa pietra per la vostra collezione. Una perla che giunge oltre tempo massimo (ma anche no) forse, ma estremamente importante nel suo compito di mantenere viva una corrente dove imporsi non è mai così facile.
Nella sua mezz’ora Into the Crypts of Blasphemy colpisce e stordisce, la testa non smetterà un solo attimo di roteare in ogni direzione immaginabile. Strofe e refrain non suonano mai come vera e propria novità, ma è anche vero il fatto che bisogna saperli interpretare e leggere, e sotto questo aspetto qui si risulta ineccepibili. Splendila la doppietta iniziale formata da Eternal Darkness e una Torn From The Grave che non avrebbe sfigurato sopra un disco come Left Hand Path (eresia fu fatta! fra l’altro in questo brano e su Stench Of Flesh tirano fuori riffs vagamente stoner/doom molto esaltanti). Dreaming In Dead già dal titolo porta in automatico la mente ai Dismember, la canzone potrebbe appartenere benissimo ad un disco qualsiasi della band di Karki/Estby/Blomquist (come peraltro la penultima Morbid Death). La palma di canzone migliore spetta però molto probabilmente a Where Death Will Increase, i suoi ritmi incessanti e mutevoli mi procurano ogni volta immediate vertigini (e la testa rischia di staccarsi dal collo).

Estimatori del buon suono a “sega elettrica” cosa fate ancora lì fermi e sedentari sui grandi classici? C’è anche questo disco degli Interment da considerare, la sua copertina (fatta d’ossa, cancellate ed oscurità) è messa apposta lì per scacciare gli ultimi residui dubbiosi.

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