Innerwoud – Mirre

Un manto oscuro distributore di liturgiche vibrazioni, pronto ad estendere al massimo la sua “fioca” ma penetrante ombra. Sono passi guardinghi quelli utilizzati da Innerwoud in occasione del disco di […]

Un manto oscuro distributore di liturgiche vibrazioni, pronto ad estendere al massimo la sua “fioca” ma penetrante ombra. Sono passi guardinghi quelli utilizzati da Innerwoud in occasione del disco di debutto Mirre e non potrebbero essere altrimenti visto il mezzo utilizzato per compierli. Il progetto vede difatti coinvolto un solo personaggio e il suo violoncello, le idee che stanno alla base sono da subito molto chiare, parlano schiettamente, per mezzo di una lingua che fa della contemplazione la sua arma principale. La riflessione, ed una certa immedesimazione, saranno più che determinanti, e dovranno scaturire in maniera naturale senza la manifestazione del minimo sforzo (se siete predisposti alla noia dovrete subito scartare l’ipotesi di usufruirne), non ci saranno altri modi per stabilire la giusta connessione con Mirre e la sua “valanga” di note intime ed intrusive.

Appena quattro i pezzi (meglio definirli come movimenti), quattro atti capaci di diluire in poco tempo una non comune enfasi ritmica. Note che comunicano molto e in un modo tutto loro, capaci d’iniziare un dialogo esclusivo a due con la nostra coscienza. Le stanze rimbombano, ed echi saranno pronti a richiamarne altri (l’opener Dar è davvero essenziale a riguardo) prima di lasciare spazio a dense parti di ritmica malinconia. Perfino gli andamenti più “cupi” (penso a Nachtkus) riescono nel compito di suscitare particolarità, ti lasciano ad un immaginario misterioso e dai tratti pericolosi, ma mai si arriva a perdere contatto con l’anima principale che gira sorti e redini di questo cammino. Il fulcro di Mirre è non a caso da ricercarsi nella sua title track, unico spaccato a concederci uno sguardo verso l’alto sulla scia di quel timido “gorgheggio” vocale.

Il “minimal” che rapisce, musica che ci lascia privi di parole, tanto all’ascolto quanto in sede di disamina. Non si trova tanto da dire in questi casi (“quando la positività ti strega”), ma d’altronde, quando la partita giunge a certe sfere intime non rimane altro da fare che spogliarsi da tutto e “consegnarsi” (e nessun timore nel gesto). La preparazione e l’intuizione di questo progetto belga sono avvertibili a pieni polmoni, ignorali sarebbe un vero peccato.

About Duke "Selfish" Fog