Incantation – Profane Nexus

Non c’è mai abbastanza tempo per parlare di tutti e così può capitare talvolta di escludere monicker importantissimi da tale pantagruelica “rissa”. E può capitare ad esempio di finire a […]

Non c’è mai abbastanza tempo per parlare di tutti e così può capitare talvolta di escludere monicker importantissimi da tale pantagruelica “rissa”. E può capitare ad esempio di finire a parlare degli Incantation per la prima solo in questo 2017, in occasione dell’undicesimo tassello discografico intitolato Profane Nexus.

Ma servono davvero delle presentazioni? Servono descrizioni accurate circa l’essenza della formula o la qualità che da sempre accompagna la band americana? Oppure ci basta schiaffare in bella mostra la nuova -entusiasmante- copertina con stampato sopra lo storico logo e leggere i nomi delle nuove protagoniste impressi nella tracklist?

Profane Nexus è l’ennesima sbornia viscerale di una delle formule death metal più complete mai messe in circolazione. Non ci sono parole migliori per descrivere ciò che significa il nome Incantation per le tante persone cresciute a pane e loro dischi; solo il traguardo della perfezione può spiegare un sound talmente immortale e distintivo da non portare mai -e dico mai- allo sfinimento (è magia nera, non si spiega in altra maniera). La loro discografia è un susseguirsi di perle oscure, tutte votate ad uno stile impastato e magnetico, capace di giocare spesso e volentieri su tempi molto lenti senza snaturare una matrice classica pronta a mietere magnificenza con per mezzo di un riffing implacabile, “sottocutaneo” e in ogni caso sempre assassino.

Gli Incantation con Profane Nexus eruttano undici nuove canzoni per nostra somma gioia e sollazzo, la sola notizia di un loro nuovo disco basta per essere contenti a dire il vero, basta ai fini della pregustazione delle meraviglie che potremo prima immaginare e poi “tastare” concretamente per l’ennesima volta (quanto è bello poi “darci ragione da soli”). Meraviglie che non tarderanno nel farsi aspettare una volta premuto il magico tastino play, con il nuovo cerimoniale inaugurato da una solida Muse (l’avanzamento iniziale è puro trademark), brano in grado di crescere a dismisura fra un ascolto e l’altro. La voce di John McEntee è pronta nel suo consueto ruolo da balia, un profondissimo affresco di totale oscurità in grado di elevare la successiva Rites of the Locust a mia traccia preferita dell’intero album. Snocciolate di seguito troveremo l’incantatrice Visceral Hexahedron (l’arte dello “stop and go”), The Horns of Gefrin (spire pronte a stritolare), i monoliti Incorporeal Despair (scanditissima) e Ancients Arise (senso di profondità saltami addosso), le dir poco spumeggianti Xipe Totec (in appena in minuto riesce a portarci all’estrema unzione/soddisfazione) e Omens to the Altar of Onyx più l’irrequieta e fantastica Lus Sepulcri.

Insomma, parlare oggi degli Incantation significa spargere solo un’enorme cascata di continue e risapute ovvietà. Ma in fondo sono proprio loro a volere ciò, diciamo pure che il mondo sarebbe un pochino più “noioso” -ma anche più “qualitativo”- se tutti si prodigassero alla loro maniera. Profane Nexus è un’esalazione delle loro migliori caratteristiche, i maestri nuovamente all’opera per un disco prodigioso vista la non più giovane età e le tante note in precedenza versate.

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