In Vain – Currents

Quanta classe è nascosta dentro l’impianto creativo degli In Vain. E’ incredibile realizzare come i norvegesi abbiano iniziato a “sputare” fuori full-lenght solo nel 2007 (si ha l’impressione di “averli” […]

Quanta classe è nascosta dentro l’impianto creativo degli In Vain. E’ incredibile realizzare come i norvegesi abbiano iniziato a “sputare” fuori full-lenght solo nel 2007 (si ha l’impressione di “averli” con noi da più tempo). E oggi, a poco più di dieci anni di distanza da quell’avvenimento è tempo di parlare del quarto lavoro intitolato Currents, un disco che non impiega molto nel farti capire quel tipo di pasta che ancora una volta i nostri riescono a farti ingoiare (e la sensazione è che a loro le cose riescano sempre facili).

Currents –nemmeno a dirlo- è cosa assolutamente sopraffina, un colpo stordente suonato da musicisti che sanno cosa volere, ma soprattutto “come” abbellire quella proposta perennemente in bilico, capace di navigare sia su frastagliate acque progressive che estreme. Il loro sfavillante avantgarde rimane ancora oggi subito riconoscibile e anche se non verranno toccati gli apici di dischi come The Latter Rain o Ænigma di certo non potremo lamentarci di queste nuove sette composizioni e dei loro 42 minuti di compagnia. Insomma gli anni trascorsi fra Ænigma e Currents (cinque) non si avvertono affatto, e gli In Vain ricominciano da dove ci avevano lasciati (che poi è il loro punto forte, avere le loro caratteristiche ma non offrire mai “appigli certi”), forti di grande autorità e di quel sound asciutto, trascinante, guidato a modo da linee vocali “da manuale”, mai buttate a caso e sempre ben dosate in ogni apparizione, sia che si parli di momenti irruenti che del suadente stampo pulito. La coppia Nedland/Frigstad sa bene come muoversi all’interno di strutture ormai consolidate, trainate con puntualità da chitarre heavy, massicce e pronte a “spaccare o sdradicare il pezzo” al solo frivolo pensiero di comando.

Seekers of the Truth sguscia fuori e non può fare a meno di rapire per mezzo di forza e duplicità del riffing. Il pezzo è sicuramente importante, l’ideale per iniziare questo nuovo percorso all’insegna di armi “catchy e dirette”, ma sempre nel modo inteso -e mai banale- dagli In Vain. Si prosegue con Soul Adventurer, canzone che lascia spazio al lato intimo della formazione norvegese (il refrain è quelli “bastardi”, del tipo che ti si stampano addosso), alla stoica/solida Blood We Shed e all’incredulità generata dalla epico/ferale As the Black Horde Storms.

Gli In Vain vanno per la loro, i richiami a linee vocali o sensazioni alla Kristoffer Rygg/Borknagar/Solefald si sprecano (si pensi soprattutto alla doppietta formata da En forgangen tid -Times of Yore Pt. I- e Origin), ed è un bene così, perché Currents lentamente riuscirà a fare da collante e avvicinare questo lato e quello più definibile “classico”, quello che infine muove i cardini di spaccature e singolarità.

Grandi musicisti gli In Vain, baciati in fronte da gusto e ispirazione. Convincono appieno anche se non fanno registrare i loro massimi.

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