Illnath – Third Act in the Theatre of Madness

Third Act in the Theatre of Madness fu la terza fatica su lunga distanza per i coriacei danesi Illnath (attualmente ahimè sciolti). L’album arriva a cinque anni di distanza da Second […]

Third Act in the Theatre of Madness fu la terza fatica su lunga distanza per i coriacei danesi Illnath (attualmente ahimè sciolti). L’album arriva a cinque anni di distanza da Second Skin of Harlequin e vede tornare i nostri con una nuova e rude vocalist (Mona Beck), la mossa sembra fatta appositamente per inseguire una certa fetta di pubblico presa in consegna dagli Arch Enemy (fra l’altro sussistono similitudini anche nella musica), bisogna però specificare di come gli Illnath appaiano solitamente più estremi o vari all’interno delle loro composizioni (nel caso della varietà gioca un ruolo cardine la tastiera).

Ma veniamo al sodo, se tutto o quasi poteva far presagire ad un pericoloso tonfo discografico, tutto ciò fortunatamente (per me) non avviene. Third Act in the Theatre of Madness è un disco fresco (anche se richiami ai soliti nomi di spicco del melodic death metal si sprecano così come quelli più famosi come Cradle Of Filth, Children Of Bodom barra Northern), immediato e affascinante nel suo essere dannatamente semplice. Le canzoni sono pregne di piccole quanto indovinate trovate in grado di  impreziosire indelebilmente ogni brano, e diciamocelo, ogni tanto un disco così puro, “catchy” e sornione è proprio quello che ci vuole per staccare in maniera adeguata la spina da cose più “cervellotiche” sulle quali bisogna tornare più volte.
Non riesce di certo a tutti in questi tempi di essere spudoratamente melodici senza apparire per forza di cose “ottusamente commerciali”, il gruppo danese rappresenta da questo lato una piacevolissima eccezione e penso che una piccola fetta d’attenzione se la meriti tutta.

La produzione è “squillante”, imbalsamata e potente, il muro di chitarre “miagola” efficace e le tastiere non sovrastano mai in modo eccessivo il tutto, spuntano giusto per impreziosire e stop. La singer si dimostra per fortuna poco “plasticosa”, il suo “rantolo” risulta molto appiccicoso ed efficace, riesce anche a fornire una minima varietà fra brano e brano (questa cosa non guasta mai). Nonostante l’essenzialità delle canzoni devo ammettere che l’ascolto pare del tutto longevo, ho sentito diverse volte i brani e i classici accenti di noia che di solito escono fuori con ripetuti ascolti ravvicinati tardano ad arrivare.

Caldamente consigliato ma a chi predilige un ascolto “soft”, canzoni come Scarecrow, Snake Of Eden (molto trascinante, la mia preferita), Shorthanted (qui invece adoro il cantato), Tree of Life and Death (armoniosa) e Vampiria meritano decisamente di essere ascoltate con giusta motivazione e voglia. Senza nulla togliere a quelle non citate, tutte abbondantemente meritevoli e convincenti.

Giusto per togliersi uno sfizio, una sorta d’operazione di “archeologia moderna”.

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