IIVII – Colony

IIVII è il progetto solista di Josh Graham (già conosciuto per Red Sparowes, Battle Of Mice e A Storm Of Light), e Colony è il titolo di quest’opera prima dai […]

IIVII è il progetto solista di Josh Graham (già conosciuto per Red Sparowes, Battle Of Mice e A Storm Of Light), e Colony è il titolo di quest’opera prima dai contorni inesistenti, registrata nell’illusione di una pressoché totale assenza di gravità. Colonna sonora space ambient dai sussultanti rintocchi elettronici, non mi vengono in mente altre parole per descrivere al meglio e in modo semplice quest’opera.

Se ne intuisce subito la portata , la capacità sensoriale di un disco come Colony arriva senza tentennamenti dritta al nocciolo, tutto appare dannatamente perfetto, il suono si materializza alla sua nascita, riesce nell’impresa di sibilare accanto all’orecchio in qualità di costante presenza, ti entra dentro per marchiarti con qualcosa che nemmeno saprai bene decodificare. Colony è un disco che esprime chirurgia, attenzione e cura di “vasti ed incontaminati particolari”, ti avvolge dentro il suo mantra e solamente in quel posto ti lascerà libero di vagare, a tu per tu con ciò che vorrai -o ti rifiuterai di- vedere e in ciò che vorrai credere. E’ disarmante la semplicità, la naturalità con la quale si entra in contatto con questa vita in costante sottofondo, un attimo prima è ineluttabile buio cosmico, poi si trasforma in luce talmente pura da essere inimmaginabile, un’accecante e chiara speranza distesa tutt’attorno, così marcatamente visibile quanto impalpabile.

Colony è materia interamente strumentale, lo è per un preciso intento, perché nessuna voce potrà mai colmare quel vuoto accuratamente dipinto da queste costruzioni audio-visive. Palpitazioni disperse, pronte a morire lontano da tutto e tutti. Suoni vividi, ciechi riverberi, sensazioni d’essere “piccoli-piccoli” di fronte a quella vastità che come un freddo mantello è pronta ad avvolgerci.

Sette approcci, tutti collegati microscopicamente fra di loro, una volta tolta l’iniziale Signals From Home (di 11 minuti, partenza o arrivo? La scelta sul come vederla sta solamente a voi) non troveremo neppure “spaccati” esageratamente allungati, i vari passaggi si daranno il cambio con una frequenza oltremodo sottile, tanto da poter considerare Colony come un’unica retta strada di sola perdizione. Tastiere che sondano, lastre profonde in cerca di un qualche tipo di contatto neuronale, saremo dispersi, dispersi completamente dentro un oceano nero da guardare e rimirare con stupore assoluto sulle note di Colliding Horizons (rimembranze..). Transmission Illumine I va in “allungo”, il suo è un flusso appena percettibile, capace di trascinarci verso una seconda parte buia, profonda e drammaticamente illusoria (difficile stabilire quali siano con esattezza, ma qui siamo su uno dei miei sicuri apici, ogni volta il sangue arriva a “parlare”, mi ribolle). Nemmeno cinque minuti per Black Galaxy e la sua “introspezione sostenuta”, lanciatrice del tratto finale formato da On The Shores Of Markarian 335 (inquietanti segnali dispersi e pulsazioni) e Shaping Itself From Dust (la tanto sospirata chiusura del cerchio con brividi a carico).

Impossibile non premiare Colony e la sua ricerca di distacco tramite la “pace totale”, il suo intento sta nello “scremare” il superfluo, quegli stupidi “specchietti” che ogni giorno ci distraggono da cose e “disegni” ben più importanti, scartoffie che teniamo troppo spesso nascoste o addirittura sopite in qualche dove, un posto già bello che dimenticato ai tempi della nostra creazione.

Ci vorrà un lungo respiro, un respiro che non potrà venir rigettato fuori in nessun modo. Attivate l’immaginazione, e createvi il vostro personale film ambientato nella sconfinata prateria stellare. Solo li riusciremo a “tastare”, realizzare e colonizzare a dovere la nostra essenza.

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