Ihsahn – Arktis.

Sesto disco, sesto centro. Cos’altro possiamo dire su un’artista del calibro di Ihsahn? Un’artista capace di abbattere le vaste barriere poste da un monicker imponente come Emperor, capace di andare […]

Sesto disco, sesto centro. Cos’altro possiamo dire su un’artista del calibro di Ihsahn? Un’artista capace di abbattere le vaste barriere poste da un monicker imponente come Emperor, capace di andare oltre senza mai snaturarsi troppo, mantenendo chiaro un preciso trademark, una volontà capace di emergere con forza su ogni suo progetto. I suoi lavori si assomigliano tutti ma allo stesso tempo differiscono uno dall’altro, si riesce diciamo a distinguerli già con il pensiero, proprio come si era soliti fare con la sua creatura unica e principale. Non fa eccezione il nuovo Arktis. , un disco se vogliamo “polveroso” e arido, ma studiato minuziosamente sino alle profondità. La cura del dettaglio è incredibile, è incredibile come ogni pezzo appaia snello, giusto -e mai fuori posto- ma in qualche modo pure articolato. D’altronde non c’è da stupirsi quando Ihsahn mette mano sulla penna per comporre. Le note fluiscono, i pezzi si accavallano e i repentini ascolti non potranno che sancire il suo ennesimo “trionfo”.

Per smettere con i pensieri basterebbe ascoltare la particolare (ed unica qui dentro) South Winds, un brano che potrebbe appartenere a qualche band fautrice di un sovversivo ebm d’assalto qui finisce per suonare come un “classico brano qualsiasi” del baldo norvegese, incredibile come ci riesca, ma bisogna pur sempre prenderne atto. Arktis. è un lavoro che non fa rumore, pensa a fare il suo senza inutili appariscenze e proprio lì trova la sua incredibile forza, una forza che attinge continuamente dall’insieme e dalla canzone messa in quel momento sotto i riflettori.

Ci si prova a tagliare il disco, ma alla fine la sua forza è racchiusa nella sua interezza, non ci piove, più lo ascolto e più comprendo lo sforzo di una staffetta che potrà crescere a dismisura, persino a stupire forte della sua stramba linearità. Ihsahn profetizza, finisce per snellire la propria musica, fa delle cose definibili “semplici” senza dartelo troppo a vedere e così ti attrae dentro la sua particolare tela fatta di liriche composte ma in ogni caso meticolosamente “decisive”. Eppure senza accorgercene vivremo diverse situazioni, piccole sperimentazioni sparse qui e là che non danno mai troppo dell’occhio, come ci riesca non lo so, so solo che il risultato sta lì a parlare a seconda del momento fuggente scelto per l’occasione (anche una Crooked Red Line per quanto per lui “poco innovativa” riesce inevitabilmente a catturare, ad affascinare) Progressive/Avantgarde metal, definitelo come volete, alla fine saranno solo grandi composizioni messe in rassegna, interpretate da un Ihsahn vocalmente in stato di grazia, capace di spaziare a suo unico gusto e piacimento in differenti sembianze vocali, sempre giuste, sempre ordinate.

Neppure cinquanta minuti pronti a volare, Arktis. è questo. La sperimentazione nel mondo a lui conosciuto, il disco più “classico” ed improbabile che poteva venir fuori oggi dalla mente di Ihsahn. Godetevelo senza patemi e senza alcuna barriera dalla prima Disassembled passando per Mass Darkness o la lacrimevole, “smussata” e pungente My Heart Is of the North. Quasi incomprensibilmente migliore di suoi altri pargoli solisti, alla fine nemmeno ti accorgi di quanto potrà realmente soddisfarti.

Arktis. un disco per oggi, un disco per il futuro. Lanciatevi nel silenzio lasciato dall’apoteosi, dalla meraviglia e dai brividi diramati dall’ultima, incredibile e sentitissima Celestial Violence.

About Duke "Selfish" Fog